Passano gli anni ma la Dakar mantiene intatto tutto il suo fascino. È stata presentata l'edizione numero 46, la quinta in
Arabia Saudita. Si svolgerà dal 5 al 19 gennaio su un percorso complessivo di 7891 chilometri di cui 4727 km cronometrati. Saranno 12 tappe più il prologo iniziale ad Al Ula. Tra le novità la Tappa Marathon "48H Chrono" di due giorni nell’Empty Quarter a cui seguirà la giornata di riposo. Al via 137 Moto e 10 Quad iscritti, 72 Auto e 46 Camion, 42 Challenger (in pratica i T4), 36 SSV. La Dakar è
una gara unica, speciale e per capire il vero spirito di questa manifestazione abbiamo fatto quattro chiacchiere con Alex Zanotti, pilota sammarinese con all'attivo dieci titoli italiani, due titoli Mondiali Baja, una vittoria di classe al Rally dei Faraoni e la partecipazione a varie edizioni della Dakar.
"Ho partecipato alla mia prima Dakar nel 2010 su Aprilia - ricorda Alex Zanotti - la casa di Noale tornava alle gare nel deserto dopo tanti anni di assenza. In seguito l'ho fatta su TM tendo a battesimo la nuova moto marchigiana. Complessivamente ho partecipato a cinque Dakar, tutte Sud America. Sono riuscito ad essere sempre protagonista anche se non ho mai avuto moto all'altezza delle migliori e quel percorso non era adattissimo alle mie caratteristiche. In quegli anni dominavano le KTM e non c'era un limite di velocità come oggi. Le moto con cui correvo io facevano i 155 km ed avevano problemi fi gioventù mentre le KTM arrivavano ai 180 km. Tra l'altro se avessi corso in Arabia Saudita probabilmente sarei potuto andare meglio perché il mio stile di guida era adatto a gare veloci, non a caso ho vinto due Mondiali Baja. In Sud America invece erano tappe estremamente tecniche. Ora la Dakar è tornata ad essere veloce, un po' com'era in Africa".
Devi essere pilota, meccanico e psicologo di te stesso
"La Dakar non è solo una gara, non lo è per i piloti ma neppure per i meccanici o gli altri addetti ai lavori. È una sfida al senso di panico, alle paure, alle insicurezze. Bisogna essere forti a livello fisico ma anche, soprattutto di testa. Ho corso tappe a 4000 metri di altitudine, non riuscivo a respirare ma andavo a avanti, ho gareggiato in condizioni climatiche estreme, in gara mi sono trovato a fare il meccanico, a mettere mano alla moto, nelle varie tappe sei da solo e devi sapertela cavare in ogni circostanza".
La Dakar ti porta ad essere estremamente forte di testa
"Alla Dakar, come del resto nelle varie gare nel deserto, ti ritrovi a dover affrontare situazioni tragiche come soccorrere un collega, un amico, che ha esalato davanti a te il suo ultimo respiro, attendere i soccorsi e risalire in moto per arrivare al traguardo. Nella mia carriera è successo pure questo. La Dakar ti porta ad essere estremamente forte di testa e a non temere più nulla nella vita. Sai che, in linea di massima, qualsiasi cosa ti possa poi succedere nella quotidianità non sarà mai tanto dura quanto ciò che hai vissuto alla Dakar. Le gare nel deserto mi hanno reso molto di forte a livello caratteriale".
La Dakar sempre nel cuore, la speranza è rifarla
"Non gareggio più da qualche anno ma vado ancora in moto, lavoro come tecnico FMI ed alleno i ragazzi. Mi piacerebbe tanto fare di nuovo una Dakar ed in Arabia Saudita e sono convinto che con la dovuta preparazione potrei ancora dire la mia. Ho 46 anni e non sarei troppo vecchio considerando che lì conta soprattutto l'esperienza di gare nel deserto. Mai dire mai. In questo momento penso pure all' Africa Eco race perché si può fare anche con moto derivate di serie. Se la Dakar è la MotoGP, l'Africa Eco Race è la Superbike. Chiaramente se torno a gareggiare lo faccio per essere protagonista e non per far presenza".