In attesa del podio, visto in tv,
Jonathan Rea era nero di rabbia. Dieci minuti dopo, in sala stampa, è passato al paonazzo. Come qualcuno che ha subito un grande torto e non può sfogarsi mettendo le mani addosso al colpevole.
“Vi siete divertiti, in TV sarà stato un bello show” dice guardandoti negli occhi. “Ma in pista non è stato divertente affatto. Tutti vogliamo vincere, siamo lì per quello. Ma non puoi fare qualunque cosa, ci sono delle regole. Se sull'ultimo rettilineo non avessi tolto il gas, finiva come tra Valentino Rossi e Marquez in Argentina”.
E' vero, le due
Kawasaki sono state ad un soffio dal combinare una frittata che avrebbe fatto godere il terzo incomodo Ducati. Lo abbiamo detto tante volte, Sykes e Rea sono avversari da quando avevano sedici anni e correvano le garette in Gran Bretagna. Non si sono mai amati e averli messi nello stesso box è stato un bel rischio. Comunque sempre meglio che avere Rea come avversario, con una moto all'altezza. Finora ha funzionato perchè Jonathan è stato troppo più forte. Scorsa stagione la sfida in famiglia è finita 14-4, quest'anno subito 3-0, tanto per gradire. Ma nella rivicinta di
Buriram Sykes si è stancato di fare la spalla e negli ultimi due giri le ha combinate di cotte e di crude pur di non farsi superare.
Tom Sykes ha guidato pulito? La risposta è: no. Ma, purtroppo per Rea, pur giocando sporco è rimasto (più o meno...) dentro i confini della regolarità. O meglio: i suoi deliberati cambi di traiettoria sono stati così maliziosi (o fatti bene, prendetela come volete...) che per la Race Direction sarebbe stato impossibile intervenire. Proprio come Rossi in Argentina: usò così tanto mestiere per chiudere la porta che l'incidente è stato valutato dai più come un errore di chi seguiva, cioè Marquez.
Rea ha fatto capire che Sykes è stato furbo come Valentino. E, quando Tom saprà del paragone, sarà come aver vinto due volte...