Basta moto fra i grattacieli di Macau!

Come può la Federmoto Internazionale autorizzare una gara così pericolosa?

6 dicembre 2017 - 20:05

Ma come fanno a correre là dentro?” Se lo chiedono in tanti: piloti, appassionati e anche il pubblico che conosce le moto di sfuggita  e ha buttato l’occhio al Macau GP solo perchè c’è stato l’ennesimo incidente mortale.  Se lo chiedono tutti fuorché chi dovrebbe fermare questa follia, cioè la Federazione Internazionale Motociclistica.

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COS’E’ – Superbike da 220 cavalli che sfiorano le barriere metalliche a 300 km/h, curve cieche, spazi di fuga inesistenti. Sembra un videogioco, invece è tutto vero: a Macau si corre in piena città, a 160 km/h di media sul giro. Il tracciato di Guia, lungo 6200 metri, è un budello senza scampo: basta un piccolo errore di guida, o un banale guasto meccanico, per morire. Quest’anno è toccato al britannico Daniel Hegarty, schiantatosi contro le barriere al sesto giro della corsa. 

LUTTI – Non è stata la prima vittima di queste ultime, tragiche edizioni. Nel 2012, la stessa “Fisherman Corner” fu fatale al portoghese Luis Carreira (nella foto d’apertura). Sette anni prima, nel warm up, Macau GP si prese la vita di Bruno Bonhuil, pilota francese di 45 anni che in carriera si era distinto a livello Mondiale sia in Superbike che nel Motomondiale. Molte altre volte è andata bene, per un soffio. Sempre nel 2012 il nostro Stefano Bonetti finì contro il muro per un guasto ai freni: la sua avventura era iniziata appena tre giri prima. Il pilota bergamasco, dieci volte campione italiano della salita, restò 19 ore in sala operatoria. Per fortuna ne uscì, potendo tornare a correre, anche al Tourist Trophy. A Macau però mai più. “Al Tourist Trophy se esci puoi sperare di salvarti, a Macau è quasi impossibile.” Joey Dunlop, Mito delle corse su strada con 26 trionfi al TT, il Guia Circuit lo vide una volta e non ne volle  più  sapere. C’è anche un risvolto grottesco: a Macau delle moto non frega a nessuno. Sono solo il contorno delle gare auto. Manca l’atmosfera del TT, dove i piloti sono comunque eroi. Macau è solo rischio, senza pathos.  

FEDERAZIONE  – A Macau si corre dal 1967, ci hanno vinto fior di campioni, anche Kevin Schwantz, icona del motomondiale anni ’90. I piloti sono sempre i soliti, gli dai una moto (e magari un buon ingaggio) e corrono. Chi dovrebbe tenerli a distanza dal rischio irragionevole è la Federazione Internazione Motociclistica. Pochi lo sanno, ma Macau GP è una gara FIM a tutti gli effetti. La 51° edizione costata la vita a Daniel Hegarty era iscritta nel calendario internazionale FIM al numero 191/109. Per correre servono licenza internazionale e nulla osta rilasciato dalla federazione nazionale. Neanche la nostra Federmoto ha avuto nulla da eccepire alla partecipazione di Alex Polita. Che per fortuna è tornato a casa sano e salvo. “Non avete idea di cosa significhi correre là dentro.” Sarebbe interessante conoscere l’opinione di Vito Ippolito, il venezuelano presidente della FIM, sempre in primo piano nelle foto di rito alle conferenze sulla sicurezza.

POST SCRIPTUM – La tragedia di Hegarty è stata dimenticata dopo mezz’ora. Gli organizzatori non hanno cancellato neanche il podio. E dopo c’è chi ha fatto la morale alle TV e ai siti di tutto il Mondo che hanno pubblicato la sequenza dell’incidente. Come fosse  colpa di chi documenta la guerra, non di chi la fa, e di chi la celebra.

4 commenti

alfonsogalub_696
1:12, 9 dicembre 2017

Sig. Gozzi, come può chiedere l’intervento della FIM, lei (sono sicuro) è consapevolissimo del fatto che il sig. Vito Ippolito e la sua federazione sono latitanti da sempre. Forse sarebbe il caso, un pò in generale, di incominciare una campagna giornalistica che chieda alla FIM di fare la federazione internazionale ”veramente” e non semplicemente di accettare (silenziosamente) ciò che viene proposto dagli organizzatori delle gare. Ma questa cosa andava fatta (almeno) dal 1992 (data di arrivo di Dorna).

andreattfan
1:12, 7 dicembre 2017

Da appassionato delle Road Races so che Macau è una corsa “Fim”, so che le moto sono l’antipasto delle quattro, ma fare ancora polemica su un un incidente mortale lo trovo stucchevole. Tralascio la diatriba della scelta di pubblicare il video in questione (ci sono stati siti del settore che non lo hanno fatto, ma se lo si fa è giusto accettare delle critiche), e detto che l’organizzazione poteva gestire molto meglio il post incidente, ricordo che ogni pilota è lì per libera scelta, se vuole non corre (vedere l’intervista del povero Hegarty entusiasta il giorno prima): seguendo questa logica andrebbero aboliti tutti gli sport estremi. Ci siamo già scordati che solo nell’aristocratico mondo del motomondiale, quello bello, sicuro perchè si corre su pista, se ne sono andati (non ere fa, ma pochi anni fa) Simoncelli e Salom? E se a Macau (dio non volesse) il morto ci scappa sulle quattro ruote, aboliremmo anche quelle? La felicità è la libertà, e la libertà è il coraggio, perchè quando arriva il tuo momento (anche se prematuro) e stai facendo quello che ami, allora puoi dire di aver vissuto realmente.

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