Velocità, follia e gloria: benvenuti al Tourist Trophy

Velocità, follia e gloria: benvenuti al Tourist Trophy

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Comincia oggi, sabato 1 giugno,   il Tourist Trophy all’Isola di Man, la gara di moto più antica e pericolosa del Mondo. Una settimana intera di velocità e follia sui 60,7 chilometri del Mountain Circuit tra villaggi, alberi e muri.

Non sapete di cosa si tratta? Beh, affacciatevi alla finestra di casa vostra, guardate giù in strada e immaginate di veder sfrecciare Valentino Rossi a 310 km/h, e poi dietro altri altri sessanta matti come lui. Per la nonnina affacciata al muretto del giardino della villetta di Bray Hill è una scena abituale ad ogni inizio d’estate.

Rhencullen è uno dei tratti più veloci del TT

PIOVRA – Il TT infatti si corre dal remoto 1907, quando i mezzi a due ruote superavano a malapena i 50 km/h. Da allora il percorso è rimasto identico, le moto sono cambiate. Nella Superbike che apre il programma il britannico John McGuinness detiene il record a 211,754 km/h di media. A Sulby, il rettilineo più veloce, si superano ampiamente i 300 km/h  volando tra siepi, campi e case. “E’ una corsa priva di senso” dicono quelli che nel week end prenderanno aperitivi nelle algide hospitality della MotoGP di scena al Mugello. Invece per molti il TT è il motociclismo più autentico: una strada, una moto, il rischio. I piloti che scattano solitari ad intervalli di cinque secondi dal rettilineo di Douglas lanciandosi giù per il curvone di Bray Hill sanno benissimo che la possibilità di lasciarci le penne è altissima. Ma è proprio questo che li spinge. Perchè il TT, la gara maledetta, è una adrenalinica piovra che cattura e non ti lascia più scappare. Perfino se ci vai da semplice spettatore.

PROLOGO MORTALE – Dal 1949 al 1976 il Mountain Circuit, così denominato perchè il percorso sale sul Monte Snaefell, era la tappa britannica del Motomondiale. Rischiare la vita tra questi mille trabocchetti era inevitabile per chi voleva giocarsi il titolo iridato. Finchè i piloti di allora, capeggiati da Giacomo Agostini, non riuscirono a convincere la Federmoto Internazionale a negare la titolazione. Da allora il GP si corre su circuiti permanenti ma il TT è sopravvisuto e gode di identica fama. Non assegna nessuna corona ma chi vince diventa mito. Però se sbagli, addio. Lunedi scorso, nelle prime prove, il giapponese Yoshinari Matsushita ha perso il controllo nel tratto di Ballacrye stampandosi contro un muro vanamente protetto materassi di gomma piuma, come quelli del Palio di Siena. Morto sul colpo. E’ stata la 230° vittima.

LE GARE – Dopo la Superbike, per tutta  la settimana,  scenderanno in strada  Supersport, Superstock, piccole cilindrate e i sidecar. In pratica le stesse moto e categorie che corrono nei circuiti permanenti. Venerdi gran finale  con il Senior, che una volta si correva con le 500 da Gran Premio, adesso moto e protagonisti sono gli stessi della Superbike. Le due gare maggiori si corrono sulla distanza di 6 giri, 364 chilometri con tre soste ai box di Douglas per il rifornimento. Il TT è una sfida a distanza: si parte a distanza di cinque secondi, per cui rendersi conto della situazione, gestire vantaggio o recuperare è un’impresa nell’impresa.

Guy Martin specialista del TT ma non l’ha mai vinto.

I CAMPIONI – Il mito del TT è Joey Dunlop che ne ha vinti ben 26, con ogni tipo di moto: dalla Superbike fino alle piccole cilindrate. Sopravvisuto a mille peripezie sulle strade più terribili il fuoriclasse irlandese si uccise nel 2000 a Tallin, con una 125 GP durante una gara che non contava nulla. Il nuovo eroe è John McGuinness, ufficiale Honda: ne ha già vinti 19 e quest’anno conta di avvicinarsi al grande Dunlop. La mina vagante è Guy Martin, ha rischiato tante volte di vincere senza farcela mai. Ma non chiamatelo sfortunato perchè è uscito quasi indenne da schianti terribili. Il nome nuovo è l’australiano Joshua Brookes, ex del Mondiale Superbike che si è innamorato della velocità su strada senza averci mai corso. E’ il suo primo TT: in bocca al lupo…

Il video on board registrato da John McGuinness (Honda ufficiale) nel 2011: https://www.youtube.com/watch?v=A8VFyHumyZ4

La piantina del Mountain Circuit: misura 60,7 km su strade normalmente aperte alla circolazione

IL TRACCIATO – Si parte da un viale di Douglas, capitale dell’Isola di Man, porto franco britannico in mezzo al mar d’Irlanda. A sinistra ci sono i box e a destra il cimitero. La prima trappola è la discesa di Bray Hill, tra le case. Chi ne esce intero si piomba sull’Ago’s Leap, dove la velocità è così alta che le moto impazziscono puntando il cielo. “E quel matto chi è?” urlò nel 2003 un fotografo italiano neofita del TT appostato sul marciapiede. Non era transitato un campione, solo il marshal che segnala l’imminente inizio della corsa e la chiusura al traffico delle strade. Dall’incrocio di Quarterbride inizia uno dei tratti più veloci e pericolosi: Union Mill, Glen Vine e poi Crosby dove nel 2003, in prova, si uccise David Jefferies, la stella nascente. Perse il controllo della Suzuki 1000 disintegrando il muro spesso un metro del giardino di una casa e abbattendo un palo del telefono dall’altra parte della strada. I fili caddero in strada e il pilota che seguiva rischiò di venire decapitato, ma se la cavò. A Ballacraine il paesaggio cambia, la strada corre tra due muri di roccia dipinta di bianco. C’è un motivo: a quella velocità se vedi bianco, passa alla larga. Poi ricominciano gli alberi: Barregarrow sembra una curva, ma non è.  “Io arrivavo in quinta e scalavo in terza, poi mi accorsi che Joey Dunlop lì metteva la  sesta” racconta Davide Tardozzi, che fece il TT nel 1987 terminandolo aldilà del cancello di una fattoria. Kirkmichael è un ridente villaggio: il pub, il barbiere, qualche negozietto. La strada che lo attraversa è un serpente malefico e velocissimo che costringe i piloti a lambire mille ostacoli. A Rhencullen è bello per fare le foto, con il cartello del limite delle 30 miglia (48 km/h) sullo sfondo e i piloti che passano a 260 volando sui dossi. Ballaugh Bridge è leggenda: la strada è a schiena d’asino e le moto, letteralmente, decollano. Lì non si va forte, ma la ringhiera in ferro colorato è comunque inquietante. Il rettlineo di Sulby è il punto più veloce: oltre 300 km/h. Poi arriva Ramsey, cittadina costiera con il suo incrocio celeberrimo con le moto che rischiano ogni volta di lanciarsi dentro alle botteghe. Da lì si sale sulla montagna: il panorama diventa brullo, le curve velocissime e controsole, quando c’è. Gilberto Parlotti, talento del Motomondiale, nel 1972 lì finì nel vuoto e venne ritrovato dopo mezz’ora, senza vita. La discesa è un trabocchetto senza fine. L’unica curva quasi innocua è Creg-ny-ba, ritratta in mille foto. Dopo comincia un inferno costellato a bordo strada da tante lapidi commemorative: Brandish, Hillberry e Signpost. Dopo il curvino del Governor Bridge c’è il traguardo. Respiro di sollievo.

IL RACCONTO – Nell’epoca della televisione il TT resta una gara più raccontata che vista. I commentatori di Manx Radio  posizionati ai quattro angoli del tracciato si rimbalzano la linea narrando le spericolate peripezie dei campioni, con gli spettatori che possono solo immaginarsi la scena, finchè la gara non balena loro davanti. A sera, nei pub, la gente si scambia impressioni, notizie, fantasie. E le imprese diventano sempre più leggendarie all’incalzare delle pinte di birra. Le telecamere montate sull’elicottero, le on board sulle moto e perfino internet non sono ancora riusciti a scalfire questa magia.

 

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  1. Pito28 - 4 anni fa

    In un altro sito (penso si possa dire, moto.it) c’è Stefano Bonetti che in 2 video “spiega” un giro del TT. Marce, curve, dove alleggerire, dove passare, dove pelare i muri e dove tenersi lontani, quanto gas dare, dove “osare” perchè l’asfalto lo consente e dove trattenersi. D’altronde i veterani del TT dicono che per vincere, o anche solo arrivare alla fine, devi sapere “dove togliere il gas”.
    Un contributo davvero eccezionale, specie perchè tu guardi delle immagini semplicemente disumane con il sottofondo di questa voce calma che te le descrive come fossero la cosa più ovvia del mondo. Senza falsa modestia nè la minima presunzione. Una persona normalissima, come quella che stasera fa la fila con te al supermercato con la cena in mano.
    Onore a questi uomini che, a mio modestissimo parere, incarnano lo spirito vero del motociclismo.

    Complimenti d’obbligo a Mike Dunlop, fare 3 su 3 è davvero tanta roba! Non meno agli altri 40 e oltre che stanno sfidando il Mountain.

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