MotoGP: Jack Miller “Amo l’Australia e le birre, ma ora voglio vincere”

L'australiano di Ducati Pramac intervistato da Paolo Ianieri su La Gazzetta dello Sport. Un talento naturale che sta cambiando mentalità

30 giugno 2018 - 6:42

Jack Miller vinse a sorpresa il GP d’Olanda 2016. Due anni dopo il talento australiano di Ducati Pramac rivive quei momenti nella bella intervista di Paolo Ianieri pubblicata sull’edizione di sabato 30 giugno della Gazzetta dello Sport. Eccone alcune parti.

«E pensare che quel giorno dopo la gara interrotta da un acquazzone tremendo ero già contento del 7° posto. “Basta farci correre in queste condizioni di merda” pensavo. E invece…».

Miller, cosa significa vincere in MotoGP?

«Per capirlo ci vuole tempo, ancora oggi ci ripenso. Arrivi qui, passi sotto il tunnel del circuito, vedi il tuo nome al fianco di tante leggende e capisci di aver fatto qualcosa di speciale. Una gara vinta non cambia la carriera, ma la testa sì».

A livello di talento puro, lei da anni è osservato speciale.

«Sì, lo penso anch’io. Tante cose mi vengono naturali, nulla che mi abbiano insegnato. Ora, però, devo gestire e plasmare il mio talento grezzo».

Il talento non basta. Lei in passato ha rischiato di buttarsi via.

«Mi mancavano disciplina e voglia di lavorare duro. Ero giovane, lontano dalla mia famiglia. A 17 anni e coi tuoi a 10 mila chilometri, senti di poter fare quel che vuoi, senza capire la gravità della cosa. C’è voluto un po’ per capirlo. Ma dall’anno scorso ho cambiato tutto: dieta, preparazione, stile di vita…».

La moto è sempre stata il suo sogno?

«Da quando a 2 anni e mezzo ne ho guidato per la prima volta una, ho sempre voluto fare il pilota. Prima c’era il cross, ma scoperta la pista è cambiato tutto. Nel 2009 tutta la mia famiglia si è trasferita in Europa per inseguire il sogno».

Ha nostalgia di casa?

«L’Australia sarà sempre casa mia ed è bello tornarci a fine stagione: posso bere birra, pescare, fare campeggio. Forse l’Australia mi piace troppo, per questo a fine dicembre vado ad allenarmi due mesi in California: con gli amici ti distrai, una birra chiama l’altra, gli australiani sono socievoli, le feste si sprecano. Ma più invecchio, più le sbornie il giorno dopo peggiorano».

È sempre convinto che passare dalla Moto3 in MotoGP sia stata la scelta giusta?

«Al 100%. Anche se la prima stagione è stata dura, arrivavo con le promesse di una moto straordinaria, ma la realtà si è rivelata diversa. Avrei dovuto prepararmi meglio».

All’arrivo nel Mondiale dormiva nel camion del team. E adesso?

«Dormo ancora nel paddock, però ora ho il motorhome. Quando arrivi da ragazzo in Europa hai già praticamente speso tutti i soldi che hai per correre. All’epoca non avevo nessuno che mi aiutasse».

Lei non ha una gran relazione con Stoner. Come lo spiega?

«Non c’è un motivo, ma non ho mai avuto nulla in comune con Casey. Ci siamo incrociati una stagione, ma non gli ho mai veramente parlato».

Arrivato in Pramac, subito tutti già le volevano bene.

«In questo team mi sento come a casa. I ragazzi fanno un grande lavoro, ma c’è anche tempo per divertirsi assieme».

Che capo è Francesco Guidotti?

«Molto bravo e molto calmo, un capo così è positivo. Se ti deve dire cose forti lo fa, ma non lo ho mai visto esplodere».

Si parlava di lei per la Ducati ufficiale. Ci sperava?

«Come pilota vuoi sempre di più e ci provi. Ma hanno preso la decisione giusta: mi serve tempo per dimostrare quel che so fare e Danilo se lo merita, dopo tanti anni con moto molto complicate».

Una promessa per questo 2018.

«Un podio. Ma vincessi un’altra gara… E non è così impossibile».

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