
Ben Spies in conferenza stampa a Milano, foto Diego De Col Alcune voci hanno insinuato che dopo l'ufficializzazione del passaggio nel team interno, fosse cambiato qualcosa a livello di trattamento da parte di Yamaha. Questa è la sua replica: "Niente è cambiato da allora. A Laguna Seca io e Colin abbiamo ricevuto un aggiornamento di motore, che era... piccolo (ride, ndr). Lo abbiamo avuto entrambi, e da lì in poi non abbiamo ricevuto più nulla. In Yamaha sanno che bisogna tirare fuori un po' più di potenza dalla moto, ma se si vanno a vedere le velocità di Indianapolis, Brno e Misano, le nostre moto erano le più lente in assoluto del lotto. Già da lì si può vedere che la moto non è cambiata!" Se la sua popolarità è cresciuta negli Stati Uniti, nonostante la MotoGP non sia famosa come in Europa "Ah per me non è cambiato nulla negli Stati Uniti, neanche quando ero in World Superbike. In America non è uno sport così importante, ovviamente però c'è un maggior numero di gente che mi conosce, tipo gli amici o gente del genere. Se qualcuno quando torna a casa, una volta alla settimana quando ad esempio vado al ristorante mi riconosce, mi sorprendo. Sarà tipo una persona su trenta in un ristorante che mi fissa, perché mi ha riconosciuto. E' una cosa che mi piace, il poter tornare a casa e - certo, mi piacciono i fan e tutto il resto, come in Europa - sapere di poter andare in giro senza che nessuno sappia chi sei [...] Il motivo per cui vorrei che mi riconoscessero, è solo per aiutare la MotoGP a crescere di popolarità lì, sicuramente non per me stesso."
Come si sente Ben Spies ad essere l'americano numero 1 al momento nel motociclismo su pista? "Non ci avevo mai pensato. In effetti, posso dire che in questo momento è vero, ma può essere che in sei mesi o un anno non lo sia più. E' davvero bello pensarci, considerato dove sarò l'anno prossimo. Non per il fatto di essere in MotoGP - ci sono tanti piloti il cui sogno è di andare in MotoGP - ma il sapere di essere in una squadra come Yamaha, che ha a disposizione due selle e può scegliere chiunque voglia al mondo, e uno di questi due sono io: questa è davvero una gran cosa. E' abbastanza figo pensarlo anche nella maniera in cui l'hai messo tu, ma ora preferisco non pensare di essere il pilota "top" in America, ma che sono sesto in classifica e che devo essere veloce. Però sì, direi che per un giorno posso pensarla così". Il rapporto professionale e personale che lo lega a Kevin Schwantz, e come questo sia cambiato nel tempo (domanda posta da un fan belga, il quale ha guidato fino a Milano per assistere all'evento): "A livello personale, io e Kevin andiamo d'accordo e ci vediamo spesso, nonostante i nostri punti di vista siano leggermente diversi - penso che, ora che è cinquantenne, siamo più o meno arrivati allo stesso livello - è sempre stato un po' "selvaggio", sapete. Se lo avessi incontrato quando avevo 8-9 anni avrei esitato e sarei stato imbarazzato, ora se vedo che fa lo stupido, glielo dico. Il nostro rapporto col tempo è diventato una grande amicizia. Lui non mi ha mai detto come si fa ad andare forte in sella ad una moto. Ha sempre creduto in me e creduto in ciò che dicevo: se la moto aveva un problema qui, piuttosto che lì, e questo mi ha dato molta fiducia. [...] Solo il potere avere una persona di questo calibro con cui poter parlare, e sapere che è convinto che ciò gli dici è vero, che ripone fiducia in te, ti può dare davvero tanto." La prima parte della conferenza stampa Valerio PicciniLoading