Moto2: La sindrome di Gardner

Moto2: La sindrome di Gardner

L’ex campione del mondo 500cc Wayne Gardner elogia quanto fatto dal figlio Remy finora, lamentando la mancanza di risultati di rilievo a causa di una moto poco competitiva.

di Massimiliano Garavini

Wayne Gardner di sicuro è uno che non le manda a dire. In un’intervista rilasciata a speedweek.com ha dichiarato: «[Remy] sta facendo molto bene. Davvero fantastico, considerando che otto settimane fa si è fratturato entrambe le gambe durante un incidente in allenamento. Non è stato un grande incidente, è stato solo molto sfortunato. Nel suo primo weekend di gara dopo l’infortunio, a Barcellona, ​​ha mostrato un’incredibile prestazione su questa moto non competitiva».

Il rampollo dell’ex campione del mondo della classe 500 ha terminato 15° la gara del rientro, mentre ad Assen non ha fatto meglio della 18ª posizione. Curioso che Wayne se la prenda con la moto. Inutile ricordargli come, con la stessa Mistral 610 a disposizione del figlio, durante la scorsa stagione Xavi Vierge avesse centrato un podio a Motegi, terminando il campionato in 11ª posizione. Secondo «The Wollongong Whiz» (il mago di Wollongong), come venne soprannominato ai tempi della trionfale cavalcata verso il titolo mondiale 1987, il figlio Remy è più veloce di Vierge, ma il livello di competitività nella middle class si è alzato tanto. Troppo grande il gap che la Moto2 francese di Tech3 paga rispetto agli avversari. Così il delfino di casa «è stanco di correre con un mezzo non competitivo». Di più : «La moto dovrebbe stare in un museo».

Gardner è talmente sicuro di quel che dice da essersi messo a fare scouting alla ricerca di una soluzione più performante: «Adesso sto cercando qualche buona opzione per Remy. Passare a motori Triumph con più coppia dovrebbe rappresentare un vantaggio per Remy. Tutto ciò dovrebbe adattarsi al suo stile di guida. Sono sicuro che Remy sarebbe costantemente tra i primi 5 su una buona moto in una buona squadra». Wayne nel 2016 dichiarò che per permettere al figlio di gareggiare nel motomondiale aveva investito una cifra vicina ai 2 milioni di euro.Che sia questa la vera ragione della frustrazione di un padre? Spendere a fondo perduto oltre ogni immaginazione, con risultati che stentano ad arrivare?

L’ex campione australiano ha ammesso che il professionismo col quale vengono cresciuti i giovani campioni delle due ruote non ha niente a che vedere con quello dei suoi tempi. «Comprai un biglietto aereo e arrivai in Europa, con mille dollari in tasca», sono le parole del primo aussie a vincere il titolo della mezzo litro, «Saltavo su un aereo, trascinavo un trolley, dormivo sul pavimento degli amici e facevo l’autostop per incontrare persone, chiedere e mendicare e strisciare pur di andare in moto, solo per mostrare le mie abilità. Ma quei giorni sono andati…È l’intero show ad essere cambiato da quei giorni, in qualche modo per il meglio ma in un certo senso non è poi così buono. I costi sono aumentati di cinque o sei volte, cercare di trovare sponsor con cui tenere il passo è difficile». Insomma: capitemi, tengo famiglia, una volta era diverso.

Se prendiamo Asfalto, l’autobiografia di Andrea Dovizioso, non si direbbe che i tempi siano cambiati così tanto: «Agli stracci come siamo, l’attrezzatura per correre è quella che è… Anche le moto fanno paura: stravecchie, di quattro-cinque anni prima, con le forcelle scoppiate, l’olio che entra nei freni, zero manutenzione. Ma è la mia normalità, e mi ci adeguo senza storie. Non me ne frega niente delle cose che non ho e mi faccio piacere quelle che ho». Dovizioso nel suo libro insiste col concetto di aver imparato nel tempo come questo atteggiamento rappresenti il vero valore aggiunto se vuoi costruire una carriera; perchè se fai buoni risultati in condizioni di inferiorità, quando arrivano i mezzi « decenti » le gare si trasformano in capolavori. «In futuro, vedrò tanti genitori sbagliare completamente prospettiva» sono le parole del vicecampione del mondo MotoGP «cercare di dare tutto ai figli, non predisporli a farsi le ossa».

Il pilota #04 della Ducati spiega che la teoria di suo padre fu di non concedere mai tutto al figlio – in ogni caso mai più di quello permesso agli altri – e mai niente di superfluo. Dovizioso parla dei suoi esordi complicati senza astio, anzi ammette che «i problemi sono stati la nostra fortuna. È la teoria della vita antifighetta, dei calli sulle mani, della cena con gli avanzi che è più buona del pranzo fresco. Magari non vale per tutti, ma con me funziona». Le affermazioni contenute in Asfalto appaiono quindi diametralmente all’opposto delle parole di Wayne Gardner: «La cosa più importante è avere una moto competitiva e un buon capo dell’equipaggio. Penso che non abbiamo ancora visto il meglio di Remy perché non aveva ancora una moto competitiva. Questo è fondamentale».

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