Dici
Laguna Seca e pensi al «cavatappi». Il circuito californiano con quella «esse» a variazione altimetrica che sa di leggenda. Oppure, per qualcuno, di beffa. Coi tagli e gli incroci pericolosi che hanno segnato infinite polemiche. La verità però è una sola: la Superbike a Laguna Seca rappresenta ormai una delle poche occasioni, – forse l’unica – di assistere a un motociclismo da vecchia scuola. Quello, per dirla in spagnolo, da coillones. Viene in mente John Kocinski quando, alla maniera Yankee, affermava «
che pista, ragazzi!Faccio tempi record anche con una Yamaha stradale col cavalletto e gli specchietti». Altri tempi ma insomma, il genius loci, l’anima della pista, è intrisa di questo romanticismo da corsa.
Jonathan Rea arriva in California da leader del Mondiale, dopo un rush entusiasmante che lo ha portato a ribaltare quella che sembrava la cronaca di un campionato già annunciato; l’ammazzasette, il bombardone MotoGP-style, il pilota fantino, nelle ultime prove hanno steccato, con contorno di rosicate e musi lunghi; così il nordirlandese si è ripreso la vetta della classifica: per capire cosa significhi
Laguna Seca per il quattro volte campione del mondo basta leggere
In Testa, l’autobiografia di Rea. Si viene così a scoprire che il tracciato americano è un luogo di ricordi, emozioni e pure di confessioni con il calumet della pace in mano: pardon, una birra.. Pubblichiamo un breve estratto suddiviso per anni.