MotoGP: Paolo Ciabatti, il ritratto “Sono un diplomatico mancato”

MotoGP: Paolo Ciabatti, il ritratto “Sono un diplomatico mancato”

La Gazzetta dello Sport ha pubblicato un bellissimo ritratto del direttore sportivo di Ducati Corse, scritto dall’inviato Paolo Ianieri

di Redazione Corsedimoto
BURI RAM, THAILAND - FEBRUARY 18: Paolo Ciabatti of Italy and Ducati Team looks on in box during the MotoGP Tests In Thailand on February 18, 2018 in Buri Ram, Thailand. (Photo by Mirco Lazzari gp/Getty Images)

Le trattative per il rinnovo di Andrea Dovizioso, hanno lasciato il segno, con una maledetta tosse che dall’Argentina non ha dato tregua a Paolo Ciabatti. Sparita però nel momento della firma a Le Mans. Nel tiro di una fune che a tratti è stata vicina a spezzarsi, il direttore sportivo di Ducati Corse è stato abile a dialogare, ricucire, cercare strade nuove, evitare che la tensione salisse troppo. «Avrei dovuto fare il diplomatico», butta lì serio questo torinese di 60 anni, arrivato a un passo dalla laurea in ingegneria prima che la morte del padre lo costringesse ad abbandonare gli studi, che da ragazzo sognava di fare il pilota di cross. Ma soprattutto di aerei. Dopo avere volato a bassa quota in una trattativa infida, mercoledì Ciabatti si è regalato un volo con le Frecce Tricolori che domenica battezzeranno la gara della MotoGP, volando col solista Barbero: «La prima volta era stata 12 anni fa, rifarlo è stato un privilegio. Esperienza impagabile».

Pochi sanno delle passioni per il volo, il mondo militare, le immersioni. Chi è Paolo Ciabatti?

«Un diplomatico di carriera mancato. Non ho potuto fare il militare dopo un incidente in cross che mise fine anche alla mia carriera. Ma ho sempre avuto passione per i motori, ho corso nei rally, qualche gara in offshore, poi quando è nato Umberto (27 anni, medico; l’altra figlia Francesca, 23 studia medicina; n.d.r.) ho deciso di mettere la testa a posto. Lavoravo per la Saab, ma quando nel ’96 Ducati fu acquisita da Texas Pacific Group, mi cercarono. E la moto è diventata la mia vita, ma da dietro una scrivania».

Da dove nasce l’amore per il mondo militare?

«La mia famiglia aveva una casa al mare a Bocca di Magra, vicino a La Spezia e in quella zona c’erano molti fortini ancora integri. Io e un mio amico scapestrato come me ci infilavamo nei cunicoli e trovavamo di tutto: bombe a mano, mine, proiettili…».

È un sopravvissuto.

«Sì, ma eravamo l’incubo dei carabinieri, tornavamo a casa con cassette piene di reperti. Per farmi capire, mio padre mi picchiava. Ma non mi ha tolto la passione».

È stato in Afghanistan.

«Nel 2013, 8 giorni nella base di Herat, dormendo in un container pieno di mosche e condividendo la vita e i valori delle nostre forze armate. C’è una ragione se gli italiani sono i più rispettati dove svolgono missioni di pace».

E l’amore per le corse?

«Colpa della morte di Ignazio Giunti nella 1000 Km di Buenos Aires nel ‘71: le immagini della Ferrari 312 a fuoco dopo essere stata colpita dalla Matra di Jean Pierre Beltoise. Comprai il mio primo Autosprint e da lì cominciò tutto. Nel ’74 vidi poi Agostini vincere con la Yamaha la 200 Miglia di Imola dopo che aveva anche conquistato Daytona. Aver trasformato questa passione in lavoro è una grandissima fortuna».

La macchina da sogno?

«La Lancia Stratos che guidai nel Rally della Valle d’Aosta 1982, l’ultimo prima che scadesse di omologazione».

E la moto?

«Nasco endurista e crossista. Rimpiango quando dopo la rottura della tibia vendetti il Lancillotti 50 Sachs. Ne ho ricomprate tante, ma prendono la polvere a casa».

Lei mastica le gare dal ’99, quando Domenicali fondò Ducati Corse e fino al 2006 lei fu il responsabile Superbike. Poi divenne il direttore del Mondiale. Quando nel gennaio 2103 tornò a Borgo Panigale dopo l’addio di Rossi che Ducati trovò?

«Arrivai con Dovizioso in un’azienda nella quale i segnali di due anni molto difficili erano evidenti. Il matrimonio tra il migliore pilota italiano di sempre con Agostini, e la moto che vinceva con Casey Stoner non aveva funzionato e aveva portato tensione».

Lei ha due capi, entrambi ingegneri: Domenicali e Dall’Igna.

«Sono profondamente ingegneri. Hanno una visione estremamente pragmatica di tutte le situazioni, sono entrambi molto caparbi e riuscire a fargli vedere le cose da un punto di vista diverso è abbastanza impegnativo. Ma troviamo sempre una posizione condivisa».

Domenica cosa fa la Ducati?

«Prova a vincere».

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