Marc Marquez e Jonathan Rea, mi spiegate la differenza?

Spietati e vincenti, facce d'angelo ma diavoli dentro. Lo spagnolo ormai è l'icona MotoGP, l'altro è additato come sciagura della Superbike

4 novembre 2018 - 17:27

Storia di Cannibali, piloti che vincono sempre, anche quando non ce ne sarebbe più bisogno. Marc Marquez e Jonathan Rea tengono in pugno i due Mondiali più importanti della moto. Hanno statistiche gemelle, e perfino un carattere simile: dietro i loro volti angelici, si nascondono due diavoli. Prendono gli avversari alla gola, e li spazzano via. Quando vogliono, vincono. E vogliono sempre. Dietro di loro, lasciano il niente.

Qualche differenza per la verità c’è. Marc Marquez sta sbaragliando la MotoGP. Da quando è arrivato ha perso il titolo solo nel 2015, per eccesso di…velocità. Cadde sei volte, troppe per colmare il divario a suon di trionfi. Il dominio è fuori discussione: 5 titoli in sei anni, 44 vittorie in 107 GP (41,2%), 116 podi e 80 pole. Eppure questo massacro non è visto come un’emergenza, o una iattura ammazza spettacolo. Nessuno sostiene che Marquez vince perchè la Honda è troppo impegnata, tantomeno si sognerebbe di togliere 20-30 cavalli alla RC213V o di farlo partire in terza fila dopo ogni successo. Come per altro è avvenuto a Sepang, per altri motivi. “Non avevo mai vinto partendo da così lontano…”

Vallo a spiegare a Jonathan Rea, che dalla pancia del gruppo lo fanno partire una volta ogni due gare. Vanta 243 presenza e ha vinto 71 volte, con 134 scalate del podio. Da quando è salito sulla Kawasaki, nel 2015, vanta un ruolino di marcia migliore di quello di SuperMarc: 103 gare e 56 vittorie, cioè il 54,4% del totale. Marquez schiacciassassi va bene, Rea no. “Dovrebbero impedire alla Kawasaki di omologare la nuova moto” ha reclamato Chaz Davies, che corre con la Ducati e avrebbe dovuto essere (solo sulla carta) il rivale designato. Come se Valentino Rossi chiedesse di impedire alla Honda lo sviluppo 2019. I successi di Rea sono presi a pretesto per giustificare i problemi della Superbike di oggi, mentre in realtà Jonathan è  l’unica bella storia che è rimasta, in un ambiente mortificato da continui errori di gestione.

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