Superbike, Alex Gramigni

Italiani d’America: quella volta che Alex Gramigni diventò “The Professor”

Lorenzo Zanetti ha sbancato la Superbike Usa a Indy, 24 anni dopo Alex Gramigni. Quella volta io c'ero, ecco come andò...

12 ottobre 2020 - 18:00

Lorenzo Zanetti ha sbancato la Superbike americana a Indy, riportando alla memoria il precedente successo di un pilota italiano nella serie più importante d’America. Il 14 luglio 1996 Alex Gramigni mise in riga gli specialisti yankee sul tracciato di Brainerd, in Minnesota. Una vittoria inattesa, da “underdog”, come dicono loro. Un’emozione fantastica, non solo per il pilota, ma pure per me che ero lì a godermela in sala stampa.  Di quel pomeriggio mi è rimasta dentro un’immagine bellissima: il “Gram”, come lo abbiamo sempre chiamato, trascinato dal podio fin sotto i riflettori:  lui in mezzo,  e gli americani a sentirlo raccontare la gara, ascoltando il suo pallido inglese d’accento toscano.

La doppietta con Eraldo Ferracci

Flashback: quattro anni prima Alex Gramigni, da Calenzano, aveva portato per la prima volta l’Aprilia sul tetto del Mondo, aggiudicandosi l’iride della 125. Sembrava la prima tappa di una carriera luminosa. Ma dopo i festeggiamenti  salutò Noale, scegliendo di salire in  250 con la Gilera. Il conto in banca si era impennato,  ma in pista cominciò la discesa. Tempo una sola stagione storta, Alex si ritrovò fuori dai giochi finendo nell’oblio per anni.  Quando Eraldo Ferracci (nella foto d’apertura) lo chiamo dalla Pennsylvania, a quel tempo base operativa della squadra ufficiale Ducati negli Usa, il Gram non ci pensò neanche un istante. Non aveva mai guidato quei bestioni a quattro tempi, ma saltò sull’aereo ritrovandosi in mezzo agli specialisti dell’Ama Superbike. A Road America, sotto il diluvio, lì fece tutti secchi, partendo dalla quarta fila. “Un colpo di fortuna” si giustificarono padroni di casa per annacquare la lezione.

“Vengo a vederti a Brainerd” 

Vedere correre Alex Gramigni con la Ducati  in quello che a quei tempi era il campionato nazionale Superbike più importante del pianeta, secondo per importanza soltanto al mondiale, era una sirena troppo ammaliante perchè potessi resistere. La tappa Ama in Minnesota cadeva la settimana prima del round iridato a Laguna Seca: tornava tutto alla perfezione.  Conoscevo bene il posto, perchè Brainerd aveva ospitato tre volte il mondiale, nel 1989-90-91. Il Minnesota è America profonda, una distesa di boschi e laghi. Brainerd è qualche casa all’incrocio delle interstates: ci sono solo motel, ristoranti “all eat you can” e negozi di articoli di pesca.  A me che vengo  dalla campagna, questi posti apparentemente senza niente sono sempre piaciuti.

Il curvone da quinta e gli americani sconfitti 

Brainerd è un circuito da paura. Il rettilineo è lunghissimo, perchè serve per farci le gare di dragster. In fondo c’è un curvone da quinta piena, con il bosco poco oltre una via di fuga messa lì tanto per esserci, grottescamente inutile se qualcosa fosse andato storto. Tracciato pianeggiante, ma tecnico, un bel posto per correrci dentro. Il Gram mise le cose in chiaro da subito, siglando la pole position. “Qui parto e scappo via” disse il toscanaccio prima di andare a letto. Mica parlava a vanvera. Partì sparato, e li fece impazzire. Doug Chandler, ex della 500 con Cagiva, ruppe la Kawasaki ufficiale. Larry Pegram, l’altro ufficiale Ducati, aveva sbagliato il rapporto e fece uscire un pistone dal carter.  Mat Maldin, il massicio australiano che con la Suzuki anni dopo sarebbe diventato re della Superbike americana, si prese sei secondi. Resisteva soltanto Miguel Duhamel, un piccolino coi baffetti da tignoso, in sella alla Honda Usa benedetta da mamma HRC. Ma alla fine non ci fu niente da fare neanche per lui.

Il trampolino del Minnesota 

Quel successo avrebbe potuto segnare il futuro.  Eraldo Ferracci aveva trovato il pilota giusto per tornare a correre nel Mondiale. Il tecnico e manager italo-americano aveva dominato il campionato ’91 con Doug Polen, e voleva riprovarci. Ma il piano non si realizzò. La concorrenza fra i team dell’orbita  Ducati era ferocissima. Inoltre all’azienda serviva che Ferracci continuasse a vincere negli Usa, il mercato che proprio in quell’epoca stava offrendo uno slancio fondamentale al fatturato. Il team di Ferracci era diventato così glamour che in quel periodo era sponsorizzato da Donna Karan, una delle stiliste Usa più famose. La carriera di Alex non svoltò, ma quella domenica fra i boschi del Minnesota resterà memorabile: per gli americani il Gram era diventato “The Professor”.

2 commenti

marcogurrier_911
20:54, 12 ottobre 2020

Bellissimo

    Paolo Gozzi
    21:20, 12 ottobre 2020

    Grazie!

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