Jason Dupasquier

Il rischio imprescindibile: correre o piangere, è solo questione di centimetri

Nelle corse si muore: è questa la dura verità che fatichiamo ad accettare. La sicurezza è aumentata in maniera esponenziale, ma resta l'imponderabile

31 maggio 2021 - 12:15

Smetteremmo di piangere solo se smettessimo di correre” dicevano i piloti di un’altra, epoca ogni volta che moriva uno di loro.  Fino agli anni ’80 le tragedie in pista erano la norma, a tutti i livelli. Si moriva sui tracciati stradali come il Tourist Trophy dell’Isola di Man, volando a 300 km/h fra case, marciapiedi e alberi. Oppure sbattendo contro le rocce a strapiombo sull’Adriatico ad Abbazia, che una volta era Yugoslavia. Il motociclismo da allora è cambiato così tanto che sembra un altro sport. Ma drammi come Jason Dupasquier succedono ancora. Perchè sono inevitabili.

Passi da gigante, ma…

Da allora la sicurezza ha fatto passi da gigante in ogni direzione. Le piste stradali sono uscite dal Motomondiale, ma  continuano a correrci,  e qualcuno ci muore. Adesso gli impianti sono ultrasicuri, con via di fuga enormi: l’impatto contro ostacoli di qualunque genere è un evento molto raro. Le regole sono diventate inflessibili e le furberie sono punite: perfino uscire un centimetro dalla pista comporta penalità, tutto in nome della sicurezza. I progressi più spettacolari sono stati fatti nelle misure di protezione di cui oggi i piloti dispongono. Fino ai tempi di Giacomo Agostini vestivano tute fragilissime, per risparmiare sul peso, e i caschi, a scodella, proteggevano quasi niente. Oggi i piloti indossano armature ultraprotettive, dotate perfino di piccoli airbag per attutire i colpi.

Professionismo e tecnologia 

E’ cambiato anche l’approccio. Fino ai primi anni ’90 nella 500 erano ammessi alle prove 50-60 piloti e ne partivano 40, spingendo la moto per accendere il motore, in griglie di partenza con 5 piloti per fila. I semi dilettanti erano tanti  guidavano moto che spesso stavano insieme con il  filo di ferro. Adesso c’è il numero chiuso e arrivano al Mondiale solo veri professionisti: allenati, preparati e con mezzi ultra tecnologici, quindi sicuri. Quanto possono esserlo razzi che in fondo al Mugello volano a 365 km/h.

Il rischio è ancora l’anima delle corse

Una volta i piloti convivevano con il rischio, la consideravano l’essenza delle corse. Chiesero a Renzo Pasolini, campione dell’epoca di Agostini, cosa fosse il coraggio. “E’ avere paura di fare una curva a tutto gas, e farla comunque”. Mori nel ’73 a Monza, nella tragica carambola in Curva Grande che costò contemporaneamente la vita anche al finlandese Jarno Saarinen. Due morti in una curva sola. Oggi il rischio non va più di moda, perchè gli incidenti gravi fanno male al business. La Dorna, promoter della MotoGP, ha un protocollo che impone di oscurare le immagini se c’è sentore che si tratti di qualcosa di serio. Dell’investimento di Jason Dupasquier all’Arrabbiata 2 in diretta si è visto solo qualche fotogramma. Quando l’incidente non diventa show, non è mai bel segno. Gli incidenti fatali in questa epoca del Motomondiale sono relativamente rari, ma nessun accorgimento potrà mai portare al “fattore zero” in uno sport intrinsecamente pericoloso. Se cadi, resti in pista e ti vengono addosso, com’è capitato al Mugello al povero Jason Dupasquier, non c’è tanto da fare.

Quella linea sottile

Ogni domenica, su tutte le piste, dalla MotoGP agli amatori, la sottile linea che separa fortuna e tragedia è continuamente sfiorata. Quasi sempre va bene. Resta il problema del “quasi”, cioè della fatalità.  Assen, 1995: durante la gara Superbike Fabrizio Pirovano ruppe il motore e il giapponese Yasutomo Nagai volò via sull’olio, in un punto dove c’era un prato verde immenso. Ne sarebbe potuto uscito senza graffi, come mille altre volte. Invece la Yamaha si impuntò sul terreno, atterrò addosso al pilota e lo uccise. Phillip Island, 2008, prima curva, oltre 200 km/h: stessa identica dinamica. Max Biaggi perse il controllo e la sua Ducati impazzita volò in aria, atterrando ad un palmo dal pilota, acciaccato ma salvo. Piangere o correre, è solo questione di centimetri.

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1 commento

Max75BA
16:52, 31 maggio 2021

…sarebbe giusto fermarsi per lutto e riprendere a correre il gp successivo è stato “ridicolo!!!” allestire un podio per festeggiare il risultato sportivo conseguito, quando un tuo collega è deceduto facendo il proprio lavoro…bisogna fermarsi e onorare con lo stop alla gara il dolore della famiglia, delle persone care del pilota…invece prevale il profitto, provo solo disgusto…non aveva senso guardare le gare.

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