MotoGP gobba aerodinamica

MotoGP, la tecnica: la storia della gobba aerodinamica

In MotoGP è ormai consuetudine vedere la gobba sulla schiena dei piloti. Ma non è sempre stato così: vediamone la storia e l'evoluzione.

6 luglio 2020 - 7:37

Un po’ di immaginazione: ti trovi sul rettilineo del tuo circuito MotoGP preferito a più di 250 km/h. Sei protetto dal cupolino della tua moto, ma per alcuni istanti puoi riprendere fiato e rilassare i muscoli. In ogni caso, l’aerodinamica quasi perfetta in posizione piegata, unita all’integrazione del casco e della tuta, significano che non devi lottare per mantenere la testa e il corpo nella corretta posizione. Ma è sempre stato così?

Dalla protezione all’involucro tecnologico

Fino alla fine degli anni ’80, era una storia completamente diversa. Lo studio aerodinamico delle moto da corsa e sportive era ancora così semplice da risultare quasi preistorico. Parliamo di un periodo in cui i produttori di abbigliamento e protezioni non avevano nemmeno iniziato a interessarsene. Mantenere il corpo nella giusta posizione in rettilineo non era così semplice. In particolare la testa tendeva a muoversi a destra e sinistra, richiedendo un grande sforzo da parte dei muscoli del collo per rimanere dritta.

È così che la gobba è arrivata sulla schiena delle tute di Dainese nel 1988. Ma a differenza di quanto si potrebbe pensare, non è stata introdotta subito per questioni di aerodinamica.

L’arrivo della gobba, un’estensione del paraschiena

La ricerca del miglior paraschiena era ancora in corso alla fine degli anni ’80. Un sistema di questo tipo era approdato in circuito dieci anni prima: il primo vero dispositivo di protezione individuale, una rivoluzione. Ma non poteva coprire le ultime vertebre toraciche, perché avrebbe potuto danneggiare le vertebre cervicali se il collo si fosse piegato in un certo modo. La soluzione dei produttori per risolvere questo problema era l’integrazione di una protuberanza in materiale flessibile per proteggere le parti del corpo che un paraschiena non poteva raggiungere.

Realizzata in gomma ad alta densità, la gobba aerodinamica assorbe gli urti in maniera eccellente ed è stata modellata in modo da non interferire con i movimenti del pilota, per garantire massima libertà e comfort.

Pierfrancesco Chili (qui sopra)  è stato il primo a correre con questa novità. In quell’anno, il 1988, Chili era presenza fissa nella top 10 della  500cc. Solo pochi anni dopo il vero potenziale di questa nuova protezione viene pienamente apprezzato. Jean Philippe Ruggia, che aveva già scritto la storia per essere stato il primo pilota professionista a mettere il gomito a terra, è stato il primo anche a rivelare il segreto che la gobba aveva in serbo.

Studio aerodinamico

Dopo aver provato la nuova tuta con una gobba sulla schiena, il pilota francese ha notato infatti che la sua testa era molto più stabile ad alta velocità, quando era piegato, nascosto dietro il cupolino. Non dover correggere continuamente il movimento della testa si traduce automaticamente in un grande vantaggio in termini di concentrazione e risparmio di energia fisica. Alla fine di ogni sessione si è registrato un notevole miglioramento dell’affaticamento cervico-muscolare, con benefici in termini di prestazioni e sicurezza.

Da quel momento, le gobbe sono state studiate da due angolazioni distinte, ovvero le prestazioni aerodinamiche e quelle protettive, diventando dispositivi dal duplice uso. La ricerca in galleria del vento ha portato ad un cambio di forma a metà degli anni ’90. La nuova gobba era più lunga e affusolata, per garantire una migliore connessione tra il serbatoio, il casco e la schiena del pilota.

Tecnologia di bordo: Airbag, Pro Com e molto altro

Le gobbe hanno assunto un ruolo ancora più importante nel nuovo millennio. I test hanno portato immediatamente all’idea di utilizzare la gobba aerodinamica per contenere l’unità di controllo e i sensori del sistema airbag. È quindi diventato un contenitore pieno di tecnologia e si è scoperto così ancora più utile.

Alcune combinazioni, che si sono fermate allo stato embrionale, hanno utilizzato questa massa nella parte posteriore per contenere i sensori del sistema Pro Com, una sofisticata combinazione interna composta da numerosi sensori per monitorare i segni vitali del pilota. È anche apparsa una combinazione con il sistema di raffreddamento integrato, anche questa però nella fase del prototipo. Aveva un vero radiatore sulla gobba, che fungeva da scambiatore di calore per disperdere il calore in eccesso durante le gare più calde.

Le unità di controllo dell’Aribag, il sistema Pro Com e lo scambiatore di calore sono state seguite da una gobba utilizzata per ospitare un sistema di idratazione. È ancora in uso tra i piloti professionisti e può essere collegato al casco grazie al suo sistema di idratazione integrato, che consente di bere direttamente in pista. Questo è un dettaglio molto apprezzato dai piloti ed ampiamente utilizzato nei Gran Premi nei paesi caldi, come la Malesia.

Ultimo sviluppo: il LED di sicurezza

Le ultime tappe di sviluppo dal 2016: oltre all’unità di controllo airbag e al sistema di idratazione, la gobba delle ultime tute di fascia alta include un LED che si illumina in caso di caduta. Un modo per rendere il pilota più visibile a chi deve soccorrerlo, un mezzo essenziale in caso di scarsa visibilità.

In oltre tre decenni, l’abbigliamento e le protezioni hanno subito uno sviluppo esponenziale. La gobba non fa eccezione. Da un semplice pezzo di schiuma, è diventato il fulcro di una tecnologia estremamente avanzata e di soluzioni vitali per l’uso estremo in pista, per piloti professionisti e dilettanti.

Foto: © Dainese

L’articolo originale di Paul Emile Viel su paddock-gp

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