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MotoGP, fine del bipartitismo: Honda e Yamaha non più determinanti

Per decenni era necessario avere una Honda o una Yamaha per optare al titolo 500cc, poi MotoGP. Attualmente invece quattro fabbriche possono lottare per il campionato. 

26 dicembre 2019 - 11:19

Da metà degli anni ’80 Honda e Yamaha si sono alternate nella vittoria del titolo della categoria regina del Motomondiale. Contiamo qualche apparizione di Suzuki, con Schwantz nel ’93 o Roberts jr nel 2000, oppure Ducati con Stoner nel 2007. Queste squadre però hanno interrotto il bipartitismo dominante in MotoGP, curiosamente con una cadenza di sette anni, tranne nel 2014. Dal 2008 fino ad oggi Yamaha ha conquistato 5 titoli, Honda gli altri 7.

Le decisioni prese nel corso degli anni da Dorna hanno cercato di portare ad un’uguaglianza meccanica, omogeneizzando fattori che potevano fare la differenza tra i piloti (oltre ad alzare i costi), a danno dello spettacolo. La ‘monogomma’, prima Bridgestone e poi Michelin, così come la centralina unica Magneti Marelli sono i due segnali più forti in questo senso.

In questo modo quindi siamo arrivati ad avere quattro fabbriche diverse capaci di lottare per il titolo. Parliamo di Honda, Yamaha, Ducati e Suzuki, più di una dozzina di moto ufficiali in pista. Attualmente sono KTM e Aprilia sono ‘fuori gioco’ e per questo hanno concessioni speciali, come più motore o test illimitati. L’obiettivo è che arrivino anche loro al livello dei rivali, un altro passo alla ricerca dell’uguaglianza di valori.

Nonostante il gran dominio di Marc Márquez e Honda, la RC213V non è stata superiore alle altre, come dimostra la percentuale di podi. Se davvero Honda avesse la moto migliore, tutti i suoi piloti avrebbero conquistato un buon numero di podi. Nel 2019 sono stati 21, 18 di Marc Márquez e 3 di Cal Crutchlow. A seguire, grande uguaglianza tra Ducati e Yamaha: la prima ha chiuso con 17 podi contro i 16 della seconda.

Suzuki, che aveva iniziato bene con Rins, vanta solo tre piazzamenti sul podio proprio col suo pilota di punta. Parliamo delle due vittorie a Austin e Silverstone, più il secondo posto a Jerez. La sensazione è che avrebbe potuto ottenere altri successi, ma è certo che la squadra non ha tanti piloti. Si tratta infatti dell’unico costruttore senza concessioni con solo due ragazzi in pista, considerando anche che uno dei due, Joan Mir, era all’esordio.

Nel 2018 anche KTM ha conquistato un podio, non riuscendo a ripetersi in questo 2019, nonostante i grandi passi avanti. Poter contare su Dani Pedrosa come tester e su Pol Espargaró recuperato ha ridotto il ritardo, ma c’è ancora da fare. Continueranno sempre ad avere le concessioni, così come Aprilia, l’unica squadra a non essere ancora salita nemmeno una volta sul podio in MotoGP.

Per vedere qual è stata la miglior moto bisogna prendere come riferimento il campionato costruttori, dove conta non solo il miglior pilota della fabbrica. Avere un pilota numero 1 molto forte, come Honda con Marc Márquez o in passato Ducati con Casey Stoner, può nascondere una moto problematica. In questo modo si ha una visione migliore del livello della moto, visto che si ha la somma dei punti di vari piloti.

Nel 2007 Ducati con Stoner è stata migliore di poco. Valentino Rossi non era riuscito a confrontarsi con lui a causa anche dei problemi Yamaha e di gomme. Invece dal 2008 al 2010 Yamaha si è ritrovata la moto migliore: in quest’ultimo anno in particolare ha conquistato oltre il 50% dei podi. Nel 2011, con Stoner in Honda e Rossi via da Yamaha, la situazione è cambiata.

Jorge Lorenzo non è riuscito a contrastare lo strapotere Honda, che oltre a Stoner aveva anche Dani Pedrosa, Andrea Dovizioso, Marco Simoncelli, tra gli altri. Rossi e Ducati invece è stato un sodalizio disastroso: si può capire il livello della moto dal crollo del numero di podi. Consideriamo che la squadra era composta da due campioni del mondo MotoGP, vale a dire Rossi e Nicky Hayden.

Il ‘bipartitismo’ al suo massimo livello s’è visto nel 2013, quando Honda con Márquez/Pedrosa ha conquistato il 56% dei piazzamenti sul podio, mentre Yamaha con Lorenzo/Rossi ha occupato il restante 44%. Nessuno all’infuori di queste due fabbriche hanno occupato i gradini del podio. Fortunatamente poi Ducati è tornata: con Gigi Dall’Igna abbiamo visto l’evoluzione di una marca che è arrivata attualmente al 30% dei podi.

L’ultima volta in cui abbiamo visto una grande superiorità è stato il 2015: Yamaha, con Rossi e Lorenzo in battaglia fino alla fine, vanta il 52% di podi. Dall’arrivo di Michelin, Honda ha sempre avuto qualcosa in più, ma bisogna considerare soprattutto l’arrivo del maggior talento del decennio, Marc Márquez. Che succederebbe se Honda lo perdesse? Potrebbe essere una “traversata nel deserto”, come successo in passato con la partenza di Rossi nel 2003.

L’articolo originale su motosan.es

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