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Intervista, Jordi Torres: “Superbike familiare, MotoGP troppe polemiche”

Jordi Torres riparte da campione MotoE in carica, disputando parallelamente anche la ESBK. La carica di un pilota sempre curioso, con anche un commento su WorldSBK e MotoGP. L'intervista.

11 aprile 2021 - 16:36

di Abril Gómez Casares/motosan.es

Jordi Torres, classe 1987 di Rubí (Barcellona), dal 2015 ha fatto parte del paddock del WorldSBK, tornando nel 2018 in MotoGP per sostituire l’allora infortunato Tito Rabat. Nel 2020 si è concentrato su nuove sfide, partecipando contemporaneamente a ESBK e MotoE. Una stagione nel campionato elettrico da rookie, per poi coronarsi campione. Un titolo che cercherà di difendere quest’anno sempre con la squadra di Sito Pons.

Hai vissuto la tua stagione più impegnativa, con più campionati da gestire. 

In verità pensavo fosse più complicato, soprattutto all’inizio per lo stile molto diverso della MotoE. È totalmente diverso dai mezzi che guidavo in precedenza, con motori a combustione interna. Non l’avevo mai provato prima, ma cambiava proprio tutto: peso, gare corte, un format differente dal solito… Per questo pensavo fosse molto più difficile. Al momento della verità invece è stato facile passare da una categoria all’altra. Un aspetto chiave è stato l’ottimo ambiente in squadra, parlavamo moltissimo. 

La maggior parte dei piloti MotoE alterna altri campionati, quindi serviva ritrovare subito il giusto feeling in sella, anche se con pochi giri a disposizione. Per questo parlare con il mio meccanico ed il mio tecnico è servito molto, anche per capire cosa aspettarci ed accelerare il processo di adattamento. Passare da una MotoE ad un mezzo a combustione interna è facile, più difficile è il contrario invece. Alla fine però la moto elettrica si guida in maniera molto più intuitiva di quanto si pensi.

È stato difficile prendere la decisione di rinunciare al WorldSBK per sovrapposizioni con la MotoE? 

Sì e no. È vero che disputavo il campionato da molti anni e ne sono innamorato. Ma attualmente continuo a lottare per ritrovare un posto nel Mondiale Superbike. Vedremo se in futuro sarà possibile tornare, l’età avanza. Certo mi è scesa qualche lacrimuccia perché mi piace molto, è ciò che intendo come gare e competizione. Molte volte nella vita non puoi scegliere quello che desideri, ma d’altra parte volevo provare una MotoE, è un’avventura diversa. Sto imparando molto come pilota e spero di continuare, nel mondo dei motori non si finisce mai di imparare. 

Allo stesso modo rimango impegnato nel campionato spagnolo con il team Laglisse di Jaime Fernández Avilés, e sono sempre in contatto con il WorldSBK, visto che ho una moto dal comportamento simile. Per questo non escludiamo la possibilità di realizzare una wild card nel Mondiale. La Honda che guido nel campionato spagnolo sta funzionando davvero bene, potremmo essere in grado di affrontare un appuntamento mondiale. 

Primo anno in MotoE e diventi campione. Com’è stato l’adattamento alle moto elettriche? 

Sorprendente, non ci aspettavamo di essere campioni. Nel 2020 non ha vinto il più rapido, ma il più costante. Abbiamo conquistato punti in tutte le gare, frenandoci in alcune occasioni e accontentandoci di un terzo posto invece di lottare per la vittoria. La cosa più importante era accumulare punti, in un campionato così progredire costantemente era più importante di essere veloci. Un elemento chiave è stata la conoscenza della moto, capirla ed imparare come funziona. Ad inizio anno non eravamo molto competitivi ed abbiamo concluso facendo pole e vincendo il titolo. Vuol dire che siamo cresciuti. Il 2021 però sarà più difficile, i nostri rivali saranno all’altezza. 

Cosa sottolinei della moto? 

La potenza che rilascia, qualcosa che devi gestire con l’acceleratore. Questa è la prima differenza, ma tutto in sella segue in maniera naturale, come una moto qualunque. Certo è più pesante e molto più reattiva, dai comportamenti più lenti. La cosa più difficile a cui bisogna adattarsi è la frenata, con tanto peso da portare. Poi quando entri in curva e pieghi la moto tutto diventa come sempre. 

Nella seconda gara dell’anno sei salito sul podio a Jerez. Ma la vittoria è arrivata in Francia, al momento giusto. Quali punti sono stati più decisivi, salire sul podio o la regolarità in campionato?

Un mix di cose. In campionato abbiamo mantenuto regolarità e costanza, soprattutto non esagerando troppo col rischio di prendere uno zero. Ma devo dire che la vittoria a Le Mans è arrivata contro ogni pronostico, nemmeno in sogno mi sarei aspettato tutto così perfetto. Le cadute di Matteo Ferrari e Dominique Aegerter, i miei maggiori rivali senza punti su un circuito su cui abbiamo conquistato la pole, per poi tenere un ritmo così buono da vincere. Questo ci ha facilitato in campionato. 

Si sono allineati i pianeti per permetterci di vincere un campionato che sarebbe stato ugualmente meritato anche per Ferrari, Aegerter o Casadei. Ma i miei rivali sono finiti a terra e noi siamo rimasti in pista, gestendo i nervi e la tensione. Quella vittoria è valsa quasi totalmente il campionato. Il giorno dopo certo avevamo un’altra gara, ma non dovevamo sbagliare, né dormire sugli allori, e certo evitare uno zero. La vittoria però è arrivata al momento giusto e ci ha portato il campionato, grazie alla costanza avuta tutta la stagione. 

Da rookie a campione. L’hai assimilato? 

Sono una persona normale, essere campione non mi ha cambiato. In parte siamo stati fortunati ed abbiamo lavorato bene, ma non ti toglie un peso. Sappiamo quest’anno di dove lottare ancora per lo stesso obiettivo e sarà molto più difficile. Stiamo pensando molto a come organizzarci, agli allenamenti, a migliorare la formula dell’anno scorso per essere ancora più competitivo. Abbiamo disputato un’ottima stagione con una grande ricompensa, ma non ci danno un trofeo extra: dobbiamo continuare a lavorare. 

“Il mio team aveva bisogno di vincere il titolo”, hai detto dopo aver vinto. Com’è lavorare con la squadra di Sito Pons? 

Fantastico. Il modo di lavorare di Sito e di tutto il team è il motivo principale per cui continuo in MotoE. Non sono mai stato in una squadra così umana come questa. Mi sono divertito tanto, l’ho detto dal primo giorno. Sia la struttura MotoE che quella Moto2 sono molto unite e ci troviamo benissimo. Per questo ho deciso di disputare un’altra stagione nel campionato elettrico, grazie ad una squadra ottima, umile e professionale. 

Ma avranno qualcosa le MotoE per farti continuare nel 2021… 

Le gare sono corte e dinamiche, può succedere di tutto e possono vincere molti piloti con esperienza. Tutti siamo adatti ed abbiamo qualcosa da dimostrare, oltre ad avere lo stesso mezzo e le stesse armi. Tutto quindi dipende dal metodo di lavoro nel box e come viene riportato in pista, ogni piccolo errore si paga molto caro. Hai pochi giri a disposizione in cui prendere decisioni molto importanti. A metà stagione non mi aveva convinto del tutto, ma il format mi è piaciuto sempre di più e per questo continuo. 

Cosa ti aspetti dal secondo anno nel Pons Racing? 

È difficile sapere cosa aspettarsi, un secondo anno è un’arma a doppio taglio: può andare bene oppure no. Ancora di più in un campionato come questo, piuttosto pazzo ed in cui può succedere di tutto: è un mix tra esperienza ed una lotteria. Non ci aspettiamo niente da questo secondo anno, sappiamo che può andare bene come male, quindi dobbiamo essere pronti a tutto. Ma certo spero di lottare per le posizioni davanti. So che non sarà facile e saremo l’obiettivo numero uno di tutti i nostri rivali, ma vogliamo confermarci. 

Dopo otto anni sei tornato a disputare il campionato spagnolo Superbike con Laglisse. Com’è stato questo ritorno?

Il progetto di Laglisse con Honda è stata la cosa che più ci ha convinto, un mezzo nuovo. Bisogna sviluppare la moto e per tutta la stagione abbiamo svolto dei buoni test. Siamo stati molto contenti del lavoro di Honda: abbiamo avuto un pacchetto molto competitivo per lottare davanti in ogni tappa stagionale. È stata una stagione molto interessante, in cui ho imparato molto anche con le gomme Dunlop, molto diverse dalle Michelin in MotoE, che comportano uno stile diverso. Ma certo non ho avuto alcun problema. Tornare con Laglisse è stato bello, avevo lavorato col loro nel 2011 e nel 2012, vincendo il titolo spagnolo ed europeo. Non potevo tornare con una squadra migliore, con un progetto ambizioso. 

Hai detto in più di un’occasione che la MotoGP non fa per te, che ti senti a casa in WorldSBK. Vuol dire che ci tornerai? 

Chissà. Non so cosa mi riserverà il futuro, ma certo mi trovo molto meglio nel Mondiale Superbike che in MotoGP. Forse quest’ultima non si adatta al mio concetto di gare, invece la Superbike è più familiare, con piloti più vicini. C’è meno stampa attorno e si guarda di più ciò che succede in pista. Queste sono le gare. Se poi fuori vuoi andare a cena con un rivale o con un gruppo di connazionali non succede niente. Potrebbe essere impensabile in MotoGP, sei circondato da molte più polemiche. In WorldSBK invece l’attenzione è per le corse: in pista non hai amici, ma fuori siamo piloti e persone, non c’è ulteriore rivalità. È questo ciò che mi piace di più e lo stesso succede in ESBK. 

“I sogni diventano realtà” hai detto non appena vinta la Coppa del Mondo MotoE. Quali altri sogni vuoi realizzare?

Oltre alla carriera, vorrei creare una famiglia ed avere una discendenza a cui insegnare quello che so. Vorrei diventare un ottimo padre. Ma anche pensare a comprare una casa. Per quanto riguarda la professione, il mio più grande desiderio è continuare a questo livello, con la stessa voglia di fare e questa curiosità, come avvenuto con la MotoE. È stata una boccata d’aria fresca, che mi ha aperto porte nuove. Non sappiamo se sarà il futuro o meno, ma attualmente è un aspetto interessante per sia per le corse che in strada. Ci sono sempre più veicoli elettrico e far parte di questo spettacolo/sviluppo mi inorgoglisce. Il giorno in cui mi passerà tutto questo sarà il momento di ritirarsi, ma per ora ho altri obiettivi da raggiungere.

Foto: motogp.com

L’articolo originale su motosan.es

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