MotoGP: l’arte di smettere

Uscire di scena per i piloti è un momento fatidico, come cominciare. Ecco come l'hanno vissuto Doohan, Stoner, Biaggi, Capirossi e altri campionissimi

9 luglio 2019 - 14:46

Smettere o no? Il dubbio, che porta con sé un’altra domanda, – «cosa andrò poi a fare?» – è uno dei rovelli che più toglie serenità e concentrazione ai piloti. Il momento del «no mas!», per un racer, è importante tanto quanto il debutto. Perché se è vero che inizi senza sapere bene cosa aspettarti, quando finisci sai esattamente ciò che lasci. Così se per qualcuno smettere rappresenta una forzatura del destino, per altri diventa il simbolo di un nuovo inizio; addirittura una liberazione.

Occhiali e giornale

Carlo Pernat a Radio24 ha dichiarato che Lorenzo si ritirerà per dedicarsi agli occhiali. Sarà. Nel frattempo arriva la smentita del manager Valera: «Jorge non si ritira». A cui ha fatto eco il capo di Honda HRC, Tetsuhiro Kuwata: “Resterà con noi fino al 2020.” Boh!. Tutto questo mentre nubi fosche di cupio dissolvi affollano anche il fine carriera di Valentino Rossi. Si ritira o no? Doppio boh!. Rossi ha più volte manifestato il proprio amore nei confronti non solo dello sport che pratica, ma anche dell’ambiente del Motomondiale, delle lunghe trasferte, delle riunioni e degli impegni promozionali. Un atto d’amore che rende, evidentemente, difficile una scelta estrema. Nella recente intervista a SKY, il pesarese avrebbe affermato che fare riferimento all’età anagrafica per determinare la fine di una carriera «è normale..e me lo chiedevo anche dieci anni fa se ero vecchio. Devo sapere io che sensazioni ho, certo che se continuo a avere problemi dovrò valutare. Già in passato mi ero chiesto se lasciare da vincente, ma ho deciso di continuare».

Solo gli incidenti mi abbattono

Se ripercorriamo la storia del Motomondiale targato Dorna, possiamo vedere come il momento dello stop, per i piloti, coincida con un mix di fattori. Michael Doohan, dedica un intero capitolo della propria, ormai quasi introvabile, biografia Thunder from down under alla scelta del ritiro. L’australiano, con piglio da duro, lo dice chiaramente al biografo Oxley: «[a smettere] mi ha costretto l’incidente, non le lamentele». Per chi non avesse capito: solo i bussi mi hanno piegato, non certo le chiacchiere. Álex Crivillé, primo spagnolo a vincere un titolo mondiale nella classe 500, così scrive in prima persona nel volume Una vida sobre dos ruedas:«Avevo continui svenimenti…I medici mi hanno consigliato un ritiro parziale. Di prendermi una pausa. Ma io ho capito che era finita. Se non posso tornare per vincere, non mi accontento di lottare per far numero».

Due-tre giri alla morte sono quelli che contano

Max Biaggi ha un’altra teoria. Smetti quando ti rendi conto che, nonostante tutto, il fattore anagrafico diventa determinante. Non tanto nei tempi di recupero, che per atleti allenati come i piloti diventano tutto sommato marginali, quanto piuttosto nel non poter fare la differenza. Il bagaglio di talento ed esperienza accumulato in un’intera carriera, non riesce più a fare la differenza. In Oltre, l’autobiografia scritta in collaborazione con Paolo Scalera, il romano motiva la scelta di smettere come un lento logoramento «qualcosa si è consumato. Cosa? Riflessi? Vista? Mi sembra di no. Forse i tempi di recupero si sono un po’ allungati, ma ho l’impressione di essere più resistente alla fatica rispetto al passato. L’unica grande differenza la sento quando, in corsa, devo tirare fuori l’asso. Quei due-tre giri alla morte. A volte provo a farlo uscire dalla manica, ma non c’è. Tutto lì. Non è poco, però».

Mi mancano le corse, non l’ambiente delle corse

Non bisogna generalizzare. Ogni storia è diversa perché ogni uomo è diverso. Casey Stoner, tanto per dire, in Oltre ogni limite racconta quanto fosse importante per lui, che non si è mai distinto particolarmente per la disponibilità verso i media che «sapessero che mi ritiravo spontaneamente, non a causa di un infortunio, di problemi fisici o cose del genere….Annunciai che nel motociclismo erano in corso dei cambiamenti che non approvavo e che avrei chiuso la mia carriera…per perseguire altri scopi nella vita». Stoner sentiva che l’aria era diventata irrespirabile: grazie ma non fa più per me, vado a fare altro ma piuttosto che finire da perdente, smetto da vincente.

Vivere in sella al cavallo bianco

Lo Stoner-pensiero deve aver fatto breccia tra i colleghi, se è vero che Andrea Dovizioso dedica, nel suo Asfalto, una riflessione dedicata al fine carriera. Riletta adesso, dopo le dichiarazioni a margine della gara del Sachsenring, suona in modo sinistro. «Stoner…aveva capito tutto in anticipo,» sostiene Dovizioso «anche se a modo suo…estremo. Quando diceva “amo le corse, non il mondo delle corse”…non era poi così lontano dalla verità. Io non ho paura di perdere i falsi e i paraculi, gli inganni dei media e le inutili riunioni tecniche, i viaggi e gli alberghi, la delusione per la sconfitta e i dubbi sul mio valore. Questa conquista compenserà la paura di restare senza brividi…Vivere in sella al cavallo bianco sarà una fortuna: lui saprà fare il suo lavoro». Andrea definisce Stoner «persona dalla testa funzionante».

Portare il peso

La carrellata di piloti che hanno deciso di condividere in pagina l’intimità del momento supremo, quello della «decisione fatale», si chiude con Capirossi che in 65-la mia vita senza paura non si nasconde dietro a pensieri complicati per raccontare quando ha realizzato che fosse arrivato il momento di dire “basta”. «Ho trentotto anni,» chiosa Loris «me ne sento addosso il triplo. La barba comincia a ingrigire, la spalla urla, le motivazioni che avevo a vent’anni sembrano finite nel cesso. Ho tirato lo sciacquone un attimo fa.«Smetto.» Sento la mia voce che pronuncia quella parola…La voce viene dal cuore».

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