Grazie Dani Pedrosa, piccolo grande campione

Grazie Dani Pedrosa, piccolo grande campione

Il nostro saluto a Dani Pedrosa, Leggenda della MotoGP ma soprattutto pilota e persona capace di lasciare un segno importante nel mondo delle due ruote.

di Diana Tamantini, @dianatamantini

Dopo 18 stagioni vissute nelle tre categorie del Campionato del Mondo, per un totale di 295 Gran Premi disputati, chiude la sua vita nelle competizioni Dani Pedrosa, uno dei migliori piloti presenti nel Motomondiale nell’era moderna. Piccolo di statura (1.58 di altezza) e piuttosto magrolino, dal timido sorriso, dalla forza d’animo invidiabile, questo pilota di 33 anni è stato nominato nel corso del fine settimana a Valencia Leggenda della MotoGP, un riconoscimento ad una lunga carriera fatta di successi ma anche ad un uomo gentile, che ha fatto della sua umiltà un tratto distintivo.

Non è mancata una lunga standing ovation nel corso della cerimonia di chiusura della stagione, a dimostrazione di come questo ragazzo (commosso per l’affetto ricevuto) sia riuscito ed entrare nel cuore di chi segue da tempo le due ruote, lasciando un segno non solo in pista ma anche come persona. “Per me è tutto molto strano” ha dichiarato Pedrosa alla fine dello scrosciante applauso, “ma tutto questo significa davvero tanto. Sono molto orgoglioso di aver preso parte a questa incredibile esperienza.”

Sono i numeri a dire che stiamo parlando di un campione come pochi: in tutte le gare disputate è riuscito a conquistare tre titoli iridati (uno in 125cc, due in 250cc), 54 successi, 153 podi, 49 pole position. E’ mancata certo la corona nella categoria regina, come ha sottolineato recentemente anche Valentino Rossi: “Ho sempre detto che Pedrosa si sarebbe meritato almeno un titolo in MotoGP.” Un risultato che, pur arrivando a sfiorarlo in ben tre occasioni (2007, 2010, 2012), non è mai arrivato, dovendosi accontentare così del vice-campionato, ma ciò serve solo a sottolineare quanto ottenuto in questi anni.

Lo stesso catalano poi, oltre ad essersi dichiarato contento di quanto ottenuto, ha espresso rispetto e apprezzamento per i rivali in pista: “Ho avuto sempre degli avversari molto forti in pista, sono fiero di aver combattuto con loro.” Gli avversari, lo ricordiamo, sono state persone del calibro di Valentino Rossi, Jorge Lorenzo, Casey Stoner (con i quali formava ‘i fantastici 4’, com’erano simpaticamente soprannominati) e Marc Marquez, solo per citarne alcuni in MotoGP. L’unico re senza corona tra questi, certo, ma non è da tutti riuscire a battersi costantemente ad alti livelli, vincendo sempre almeno una gara per ben 16 stagioni consecutive.

Come detto all’inizio, un elemento distintivo di Pedrosa però è anche l’umanità e l’umiltà dimostrate in questi anni. Errori ne ha fatti anche lui in pista e fuori, come ogni pilota, ma ciò non oscura l’estrema disponibilità di questo ragazzo, il sorriso timido con cui si rivolge a tutti e le dichiarazioni mai sopra le righe. Come sottolineato anche da Ezpeleta a Valencia, “Dani è un pilota di poche parole, che preferisce agire”. Una definizione più che azzeccata per un uomo che ha preferito il silenzio ed il duro lavoro al contrasto verbale e mediatico con gli altri colleghi.

Possiamo poi dimenticare i tanti (troppi) infortuni che hanno condizionato la sua carriera? La cosa più semplice infatti sarebbe cercare le ossa non lesionate (il soprannome ‘Titanium’ non è nato per caso). Continui problemi che avrebbero fermato ben prima molti altri piloti, ma non lui, momentaneamente ai box ma con in testa l’idea di rientrare quanto prima in pista, per tornare così a fare ciò che più gli piaceva, correre in moto. Un esempio di forza d’animo, di tenacia, che ha colpito negli anni colleghi, addetti ai lavori, tifosi e semplici appassionati, che riconoscono in questo ‘piccoletto’ (basta guardare la lavagna esposta in pista per notare il soprannome datogli dal suo meccanico Pazzaglini) una capacità di superarsi non comune.

La lista completa degli infortuni.
La lista completa degli infortuni.

L’umanità del piccolo Samurai, altro modo in cui è ormai conosciuto (in questo senso, vedere il kanji presente nella parte alta del suo casco) la senti in ogni intervista, in ogni sua parola. “Spero di aver lasciato un segno non solo come pilota, ma anche come persona” ha dichiarato il catalano durante l’annuncio del suo ritiro al Sachsenring. Un aspetto che nessun pilota e addetto ai lavori fatica a riconoscergli, assieme alla grande correttezza e, come detto, alla grande tenacia. Un pilota dall’aspetto esile, ma che ha suscitato negli anni un grande rispetto da parte di chi lo ha conosciuto.

Vogliamo poi ricordare alcuni fatti più ‘comuni’, come un libro per bambini uscito in Spagna anni fa, “Dos duendes mecánicos para Dani Pedrosa” (“Due folletti meccanici per Dani Pedrosa”), con parte del ricavato destinato ad una ONG che si occupa delle condizioni dei bambini nei paesi più poveri. Oppure la vicinanza mostrata (soprattutto lontano dai media) a bambini meno fortunati in salute: citiamo tra gli altri Luca, un bimbo italiano purtroppo scomparso, o il britannico Dillon Chapman, che Pedrosa da anni invita nel suo box durante il Gran Premio a Silverstone.

Quel che Dani Pedrosa ci lascia non sono solo lezioni di stile di guida in pista (la capacità di rialzare velocemente la moto in uscita di curva, ad esempio, è qualcosa che pochi riescono a fare, senza dimenticare le ‘modifiche’ in seguito ai suoi infortuni), ma anche dimostrazioni di come si possa e si debba essere soprattutto persone al di là del casco. Grazie, piccolo grande campione.

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