Daytona 200: gara rocambolesca, vince DiSalvo con la Ducati

Daytona 200: gara rocambolesca, vince DiSalvo con la Ducati

Controversie finali, tre bandiere rosse e pericolo sicurezza

Ci sono volute tre interruzioni con bandiera rossa, problemi in materia di pneumatici, una prolungata sosta di quasi 3 ore ed un finale deciso a “tavolino” per decretare il vincitore della 70° edizione della Daytona 200, la più rocambolesca (e controversa) degli ultimi anni. Jason DiSalvo è l’eletto per attraversare la “Gatorade Victory Lane” con la Ducati 848 EVO del Latus Motors Racing, fortunato a riprendere il via dopo aver incontrato un problema al pneumatico anteriore pochi istanti prima dell’esposizione della bandiera rossa. Ex-pilota ufficiale Yamaha USA nell’AMA Superbike, con Triumph BE1 nella prima metà del Mondiale Supersport 2010, DiSalvo è stato abile a respingere gli attacchi di 7 avversari nella “gara sprint” finale che ha portato la distanza della contesa da 200 a 147 miglia. Un epilogo, come detto, controverso, dovuto alla terza bandiera rossa per il pauroso incidente che ha coinvolto all’ultimo giro in pieno “banking” Taylor Knapp e Dane Westby, usciti incolumi dal botto ad alta velocità. In quel momento DiSalvo, per 29 millesimi sul sorprendente Cory West, tagliava il traguardo da vincitore. “Virtuale”, a dire il vero. Secondo regolamento la classifica proponeva l’ordine d’arrivo al giro precedente, con Josh Herrin decretato per un paio di minuti (e per il secondo anno consecutivo) vincitore della Daytona 200. Una successiva analisi dei commissari, riprendendo la regolamentazione già in vigore nella NASCAR, ha assegnato il trionfo a Jason DiSalvo, al momento della bandiera rossa transitato sul traguardo davanti a Cory West (Vesrah Suzuki), Jake Zemke (Yamaha Project 1 Atlanta), JD Beach (Kawasaki Attack Performance) e lo stesso Josh Herrin, con tutti gli altri piloti (tra i queli Knapp e Westby coinvolti nel crash finale) classificati al giro precedente. Un “finale thrilling” a suggellare una corsa dai molteplici significativi con tematiche di discussione già affrontati nel post-gara in Florida. La prima vittoria Ducati alla 200 miglia Per anni presente in forma ufficiale, la Ducati finalmente riesce a conquistare la vittoria alla 200 miglia di Daytona, affidandosi ad un team totalmente privato (il Latus Motors Racing, privo di un main sponsor) e ad un pilota ritrovato dopo una sfortunata esperienza nel mondiale Supersport con Triumph BE1, Jason DiSalvo. Un successo tutt’altro che fortunoso: sin dai primi “Tire Test” le varie Ducati 848 EVO hanno mostrato di esser, sulla carta, vincenti in Florida, tanto che lo stesso DiSalvo ha sfiorato venerdì la conquista della pole position. In gara il pilota di origini italiane, ex-pilota ufficiale Yamaha USA nell’American Superbike, è stato sempre protagonista; nella prima “manche” ha condotto la corsa duellando con le Yamaha di Josh Herrin e Jake Zemke fino ad incontrare il ben noto problema al pneumatico anteriore che ha imposto la preventiva sospensione della contesa. Al restart DiSalvo non ha ripensato alla recente disavventura, partendo con grande determinazione cogliendo un successo, se vogliamo, meritato. Per lui un motivo d’orgoglio ed un’occasione di riscatto, per la Ducati un trionfo storico, il primo per una casa motociclistica italiana nella storia della Daytona 200. Dai primi anni ’90 la casa di Borgo Panigale aveva investito sul programma AMA ingaggiando piloti del calibro di Doug Polen, Freddie Spencer, Ben ed Eric Bostrom, Troy Corser, Anthony Gobert, Troy Bayliss e Neil Hodgson, senza tuttavia riuscire a centrare la vittoria. Una lacuna colmata nel 2011 grazie al lavoro del Latus Motors Racing e al formidabile Jason DiSalvo: se vincere a Daytona ti cambia la vita, può guardare adesso con fiducia al futuro. Una corsa rocambolesca Quasi quattro ore di gara dal semaforo verde alla bandiera a scacchi con tre interruzioni, paurosi incidenti, meeting pre, durante e post gara per risolvere i problemi incontrati. Sportivamente parlando non è stata un’edizione della 200 miglia da ricordare, per molti il fallimento di una certa politica adottata dall’AMA Pro Racing (pardon, del promoter DMG), per altri un ritorno al passato. Nello “sprint” finale, con soli 15 giri per completare una gara ridotta sulla distanza da 200 a 147 miglia, si sono evidenziati 7-8 piloti racchiusi in meno di un secondo come non si vedeva da una vita in Florida. La triplice “bandiera rossa” non ha sicuramente giovato in termini assoluti, intaccando l’essenza della principale gara motociclistica made in USA presentando inediti fattori: una sola sosta per riferimento e cambio gomme, piloti e squadre costretti a rivedere piani, tattiche e strategie in corso d’opera. Il risultato è di vedere uno spezzatino poco consono alle attese della vigilia, non il miglior veicolo promozionale per il movimento dei campionati AMA Pro Road Racing tanto da obbligare SPEED TV ad interrompere la trasmissione in diretta dell’evento, l’unica prevista nel 2011… Problemi di pneumatici, ma Dunlop non ha colpe A scalfire il regolare svolgimento della 200 miglia sono stati i problemi in materia di pneumatici riscontrati, dal 24° giro in avanti, dai principali protagonisti della corsa. Prima il “miracolato” Danny Eslick, volato a terra paurosamente a 160 mph (250 km/h!), poco più tardi anche Jason DiSalvo è stato costretto ad alzare bandiera bianca “recuperato” dall’esposizione della bandiera rossa. Per evitare il protrarsi di questi problemi i delegati AMA hanno deciso di sospendere la corsa, valutando insieme a Dunlop (monogomma dei tre campionati: SportBike, Superbike e SuperSport) come trovare una soluzione. La scelta più logica è stata quella di proporre una “gara sprint” finale di 15 giri, evitando così di stressare ulteriormente gli pneumatici arrivando al limite in prossimità di una sosta ai box (intorno al 18°-19° giro). La Dunlop, va detto, non ha colpe. In questi anni di monopolio ha svolto un ottimo lavoro, incontrando problemi soltanto nel fine settimana ed, esclusivamente, nel corso della 200 miglia. Le cause di questa debacle sono ben note: il nuovo asfalto di Daytona, che ha imposto una totale opera di ripavimentazione del tracciato che mancava dal 1979, ha proposto una gara più aperta, combattuta e… competitiva sul piano velocistico. I piloti sono stati in grado di viaggiare su tempi record, ritrovandosi spesso in gruppi da 7-8 moto con inevitabili benefici in termini di “drafting” in pieno banking e rettilineo. Le elevate temperature (superiori ai 30°), la pioggia incontrata nella doppia sessione dei “Tire Test” tra dicembre a gennaio (dei 6 giorni di prove ne sono venuti buoni soltanto 2) ed il ritorno ad una gara nel “Day Time” dopo il biennale esperimento in notturna ha inevitabilmente colto i tecnici Dunlop di sorpresa. Seguendo la politica del “Safety First” confermata dal responsabile AMA Pro Racing Al Ludington (ex-responsabile tecnico di American Honda, insieme a Duhamel 5 vittorie a Daytona), l’interruzione della corsa dopo 28 giri e la ripartenza dopo quasi 3 ore (prendendosi tutte le precauzioni del caso) è stata una mossa non soltanto inevitabile, ma doverosa, anche a costo di trasformare la 70° edizione della 200 miglia in un… flop. Come una volta, tanti piloti in bagarre A salvare il salvabile, fortunatamente, ci hanno pensato i piloti, regalando al pubblico, nei limiti del possibile, un gradito spettacolo. Prima della sosta un quintetto di protagonisti hanno corso spalla a spalla per la supremazia: Danny Eslick, Jason DiSalvo, Josh Herrin, Jake Zemke ed il giovanissimo JD Beach in bagarre rappresentando 4 case costruttrici. Al definitivo restart addirittura 8 centauri si sono confrontati per la vittoria finale con l’inaspettato inserimento di Cory West, Taylor Knapp, Dane Westby e Jake Holden. Detto del vincitore, pochi tra loro possono guardare con amarezza all’epilogo della Daytona Bike Week, tutti a loro maniera grandi protagonisti. Si inizia da Cory West, privato “di lusso” con la Suzuki del team Vesrah preparata da Yoshimura, mai così in alto nella propria carriera. Non da meno il suo compagno di squadra Taylor Knapp, sceso di categoria dopo anni difficili in Superbike, e Dane Westby, 2° nel 2010, all’esordio con il team M4 Suzuki, uscito fuori sulla distanza. Sfortunati Danny Eslick (sciagurata sosta ai box ad anticipare il problema all’anteriore che lo ha spedito a terra a 160 mph), Jake Holden (caduto nel finale con la Ducati del Roberson Motorsports), per poco ha sfiorato il bis Josh Herrin, 20enne vincitore nel 2010, ad un certo punto dichiarato ufficialmente vincitore della 200 miglia grazie alla leadership conquistata nel penultimo giro. Il giovane pilota del team Graves Yamaha si era presentato a Daytona non al meglio della forma fisica per una recente operazione al polso sinistro, ulteriormente infortunato in una caduta nelle seconde qualifiche ufficiali. In gara Josh non ci ha fatto caso ed è sempre stato in lotta per il primato sfiorando un bis “back-to-back” riuscito nel terzo millennio soltanto da Mat Mladin (2000-2001). Da celebrare la prestazione di un altro “young gun”, J.D. Beach, che in carriera ha vinto tutto quello che c’era da vincere nell’AMA Flat Track (Indy Mile compresa) prima di correre e conquistare successi in Europa nella Red Bull Rookies Cup. Non trovata una moto nel mondiale 125cc, JD è tornato in madrepatria passando alle 600cc 4 tempi, cogliendo il titolo nell’AMA SuperSport East Division 2010 e guadagnandosi una gara da “Factory Rider” Kawasaki alla 200 miglia di Daytona. Con Eric Bostrom subito fuori dai giochi è stato proprio lui a tenere alta la bandiera di Akashi, proponendosi come candidato alla vittoria e, giusto prima dell’interruzione, come pilota più veloce in pista in rimonta sul terzetto di testa. Merita un’altra possibilità, anche perchè il programma del team Cycle World Attack Performance si conclude proprio con la 200 miglia. Non si può non raccontare anche l’impresa di Jake Zemke, il più esperto dei piloti in lizza per la vittoria, appiedato a fine 2010 dal team Jordan Suzuki nonostante tre vittorie ed il terzo posto in classifica nell’American Superbike. Soltanto a metà gennaio, alla vigilia dei Daytona Tire Test, ha raggiunto l’accordo con il Project 1 Atlanta, salendo in sella ad una Yamaha YZF R6 preparata in proprio con mezzi limitati, sufficienti soltanto per dare l’assalto a Daytona. Nelle qualifiche ha colto la pole guadagnandosi l’ambito “Rolex Daytona”, in gara è arrivato vicino a bissare il trionfo del 2006. Una storia da 200 miglia di Daytona, anche nell’edizione più controversa e rocambolesca della storia recente. Alessio Piana La Cronaca di Gara della Daytona 200 Doppietta di Blake Young nell’American Superbike I risultati di Gara 2 dell’AMA SuperSport

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