Superbike: Perchè Jonathan Rea ha battuto Lewis Hamilton?

Superbike: Perchè Jonathan Rea ha battuto Lewis Hamilton?

Ill tre volte iridato dichiara al Guardian: “In Italia mi riconoscono perchè la Superbike la vedi TV e ha pagine su Gazzetta dello Sport.”

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Jonathan e Tatia Rea

Jonathan Rea è risultato il secondo sportivo più votato al prestigioso SPORTS PERSONALITY OF THE YEAR, il premio indetto dalla BBC. Il campione Superbike ha riscosso più gradimento di Lewis Hamilton, iridato F1.

MEGLIO DI HAMILTON – Si dirà che in Inghilterra lo sport è una cosa che prendono seriamente, visto che il vincitore è un mezzofondista, non una superstar del calcio o di altre discipline che godono di una vasta copertura mediatica. Ma non si tratta solo di questo. Rea è stato “battuto” nel concorso per una manciata di voti: appena 3’000 meno del vincitore. Un pelo di gatto, quando si parla di questi numeri. Due riflessioni a margine di questo premio, che in Gran Bretagna è molto considerato, sono concesse; il secondo protagonista del motorsport è Lewis Hamilton, che però ha incassato 20’000 preferenze in meno del campione del mondo Superbike.

GAZZETTA RULEZ – L’attenzione che Rea ha ricevuto dai principali media del suo Paese, quindi anche i giornali non specializzati, colpisce. In una recente intervista al quotidiano The Guardian, il campione inglese ribalta il luogo comune secondo cui in Inghilterra la Superbike sia uno sport più celebrato che in Italia: «Sono felice e orgoglioso per l’Irlanda del Nord e per il motociclismo perché sono passati 10 anni da quando James Toseland [campione del mondo Superbike nel 2004 e nel 2007] è stato nominato. Le Superbike nel Regno Unito non sono molto popolari. Non è uno sport mainstream. Ma le Superbike in Italia sono sulla TV terrestre e la Gazzetta dello Sport ha intere pagine di copertura. Quindi atterrare all’aeroporto di Bologna significa davvero qualcosa. Non è come il mobbing dei paparazzi su Lewis Hamilton, ma sei riconosciuto e la gente ti chiede autografi.»

PROMOTER – L’antifona è chiara, perché Rea è un uomo sincero. I fotografi cercano il campione della F1, la gente avvicina il pilota della Superbike. Questo fatto riporta a un’altra domanda: perché continuano a dire che il Mondiale delle dervate dalla serie manca di campioni in grado di accattivare le simpatie del pubblico? Quanti premi come sportivo dell’anno dovrà vincere Rea, quanti mondiali in pista, quante dimostrazioni dovrà fornire della propria disponibilità, prima che ci si accorga che il problema non è la personalità di un uomo, ma un fatto tutto interno al promoter, che non riesce a vendere bene una formula che ha tra i suoi protagonisti uno sportivo che viene riconosciuto e votato – nel suo Paese, per giunta – più di Lewis Hamilton ? Queste sono le questioni a margine del secondo posto al concorso Sports Personality of the Year.

NORMAL ONE – A volte la disarmante “normalità” del campione del mondo risulta una specie di limite ostentato per giustificare un’emorragia di interesse verso il campionato delle derivate di serie. Ma non crediamo che sia proprio così, perché la polemica, l’antagonismo, le rivalità contrapposte del motomondiale funzionano fino a un certo punto. «”Equilibrio” è una parola abusata ma si tratta proprio di quello”, suggerisce Rea. “Ero abituato a regolare la mia giornata su mangiare, dormire e correre. Il mio cervello era instabile. Ma prima ancora che arrivassero i bambini mi sono rilassato e ho cominciato a volermi bene, piuttosto che punirmi. Quando hai un brutto risultato allenarsi diventa ancora più difficile. Entri in un circolo vizioso. Ma una volta che ho iniziato ad accettare me stesso per quello che sono, e sono nati i bambini, non ho più dato peso a cose stupide. Sono diventato molto più forte mentalmente.»

ESASPERAZIONE – Parola più, parola meno, sono le stesse di Andrea Dovizioso, un altro che rifugge la polemica sterile. Chi dice che la “normalità” va contro il concetto stesso di campione dovrebbe ricredersi: Marc Marquez, o lo stesso vincitore dello Sports Personality of the Year – Mo Farah che si lascia fotografare assieme al proprio bambino di fianco al caminetto – ostentano con orgoglio la propria immagine di campioni ordinari. Quindi forse, alla fine, il problema è di Dorna e della ricerca di un esasperato concetto di aggressività, a volte fin troppo polemica, che maschera un limite intrinseco del promoter: rendere il campionato più interessante, con regolamenti che anziché penalizzare i vincenti, rendano più equilibrata la formula. Assieme a un contributo economico alle squadre, che boccheggiano in debito d’ossigeno.

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