Operazione “Jolly”: riciclaggio internazionale, due arresti in Friuli

Operazione “Jolly”: riciclaggio internazionale, due arresti in Friuli

Ancora un’inchiesta giudiziaria che interessa il mondo della moto: ecco chi è coinvolto

di Massimiliano Garavini
Operazione “Jolly”: riciclaggio internazionale, due arresti in Friuli

Ricevevano denaro illecito da un gruppo di imprenditori cinesi, poi consegnavano ai propri complici decine di migliaia di euro in contanti che venivano ripuliti tramite movimentazioni che passavano attraverso una società londinese.

MANETTE – Adelino Cera ed Emanuela Rosa sono stati arrestati oggi a Pordenone nell’ambito dell’operazione “Jolly”. I due fermati, che risultavano particolarmente attivi tra Friuli e Veneto, avevano anche dei trascorsi nel CIV, come recita l’ultimo post sulla pagina Facebook del Team Miralux POS CORSE pubblicato il 22 dicembre 2015. Cera e Rosa venivano infatti ringraziati per “aver contribuito in maniera importante alla crescita della squadra”. L’operazione “Jolly” è coordinata dalla dda di Roma e ha visto in manette 25 persone; secondo quanto si apprende il sistema criminale che vede indagati Cera e Rosa faceva parte di un complesso meccanismo che prevedeva due centrali di riciclaggio a disposizione di chiunque volesse ripulire denaro di dubbia provenienza.

ROMA – Non mancano punti di contatto con la malavita romana: in particolare, tra gli arrestati figurerebbe Stefano Taccini un imprenditore capitolino attivo nella compravendita di autoveicoli, che già in passato aveva avuto guai giudiziari sempre riferibili al riciclaggio. Beneficiario all’epoca di tali malversazioni sarebbe stato Enrico Nicoletti, un esponente di spicco della “Banda della Magliana”. L’operazione “Jolly” ha visto coinvolto anche Jacopo Sanvoisin, citato nell’indagine sul cosiddetto “Mondo di Mezzo”: Sanvoisin sarebbe stato in quell’occasione un collegamento per “il centro di cointeressenze riferibili al circuito criminale di Massimo Carminati”. Secondo quanto si apprende, una cifra vicina ai quindici milioni di euro veniva raccolta presso cittadini cinesi, per essere poi riciclata attraverso bonifici effettuati a seguito di operazioni inesistenti. I versamenti confluivano poi sui conti di una società inglese con sede a Londra controllata da altri cinesi. Il denaro, perlopiù proveniente dall’area milanese, risultava così nella disponibilità di soggetti terzi, residenti all’estero.

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