Cosa resta di quel giorno: Massimo Broccoli e la Ducati 500

Cosa resta di quel giorno: Massimo Broccoli e la Ducati 500

Al Mugello nel 1981 la marca bolognese schierò una 4T fatta in una notte contro le belve 2T nel Campionato Italiano. E andò così…

di Massimiliano Garavini
Massimo Broccoli su Ducati

Il 1981 è ormai lontanissimo. Eppure a rileggere oggi le cronache di quei giorni di fine ottobre, sembra quasi che si parli del CIV di oggi. Veleni compresi.

GRANE D’EPOCA – Paolo Scalera dedicò un lungo articolo all’ultima prova del campionato italiano della 500, che rende bene l’idea: “il fatto saliente del week-end ha privato dell’unico motivo di interesse e richiamo la manifestazione che si è trascinata per tre giorni tra vuote polemiche e sterili discussioni”. La prosa è adeguata ai tempi, ma il significato è chiaro. I vip della serie nazionale abdicarono al proprio ruolo proprio alla vigilia dell’ultimo appuntamento stagionale e la gara, che si sarebbe corsa nell’allora nuovissimo impianto del Mugello, rischiava di risolversi a tarallucci e vino. Il motivo? Vile denaro. Lucchinelli e Uncini diedero forfait, pare per ragioni di ingaggio. Lucky era il campione del mondo, avrebbe gareggiato nella categoria con una Suzuki dell’anno precedente. A contendergli il titolo c’era Leandro Becheroni, fresco vincitore del titolo continentale della 500, ma c’erano pure fior di privati tra cui Paci, Rolando, Ghiselli, Migliorati, Ferrari, Pelletier. Insomma, i motivi d’interesse c’erano eccome. Lucchinelli si fece vedere – e fotografare! – nel paddock, ma non scese in pista. Una gara avvelenata dalle polemiche ancora prima di iniziare, se è vero che Scalera fece il titolo: «la “grana” dell’ingaggio». Ma le note negative non si limitarono ai caratteri di scatola: «tant’è, forse abbiamo davvero il motociclismo che ci meritiamo, specchio di compromessi, grandi e piccoli, ridicoli, giochi sotterranei». Andò giù con lo spadone.

TEMPIO – Anche il circuito del Mugello non era quello di adesso: aveva ambizioni smisurate, ma era bloccato dai lacci e lacciuoli di una politica sportiva territoriale che lo limitava fortemente. Eppure, alla fine, si corse. Ma c’è una favola bella, in questo giorno di tregenda, che vale la pena ricordare. Perché è morta e sepolta, ma racconta di un gruppo di uomini e della loro visione delle corse; a ben vedere, pure della vita. Sta di fatto che nell’anno di grazia 1981 Massimo Broccoli avesse vinto il titolo italiano Junior di TT2 sulla Ducati Pantah 600. Era un giovane di belle speranze, Massimo, che si era messo in luce nel trofeo Laverda dell’anno prima. Eppure aveva la stoffa. A Bologna ne avevano intuito le potenzialità, ci credevano. Nell’82 sarebbe passato tra i seniores. Quelli buoni per davvero, per un motociclismo italiano che in quegli anni non soffriva certo di emorragia di piloti.

Massimo Broccoli
Massimo Broccoli, oggi

RACCONTO – Ne abbiamo parlato con Broccoli che, disponibilissimo, ci ha sommersi di aneddoti. Quanti erano, per esempio, gli uomini del reparto corse di Borgo Panigale? «Sì e no dieci persone. Le decisioni venivano prese in fretta, spesso sull’onda dell’entusiasmo. Si discuteva, si decideva, si correva. Gli italiani sono diversi dai giapponesi: la nostra mentalità ci obbligava a intervenire sempre sul progetto; se una cosa non funzionava, si scartava e si passava ad altro. Il metodo giapponese era diverso. Si portava avanti una strada decisa, poi si traevano le conclusioni a fine stagione». Per capirci: Broccoli ci ha raccontato che la Pantah 500, l’ultima mezzo litro a quattro tempi che abbia corso ad armi (im)pari con la concorrenza giapponese 2T, venne assemblata in due giorni di lavoro, e quasi altrettante furiose notti. Via i cilindri e i pistoni del 600, dentro quelli – di serie! – della 500, una sistemata generale e via, caricata sul furgone e iscritta al Mugello. Le modifiche venivano decise spesso da tentativi improvvisati nel piazzale del reparto corse. Funziona? Bene, si mantiene. Altrimenti via.

GRAN PREMIO  – Perché gli uomini Ducati presero la decisione, che sembra folle anche oggi, di correre con un mezzo sulla carta assolutamente non competitivo? «Penso che rappresentasse,» sono le parole di Broccoli «una specie di “premio” per me. Un’occasione di mettermi in luce, dopo aver trionfato da junior in TT2 nazionale. Allora le gare del campionato italiano della 500 venivano coperte pure dalla TV di stato. Ma era Farné il vero trascinatore: un motivatore di uomini eccezionale, uno appassionatissimo. Era impossibile dirgli di no». Oggi come allora, a Borgo Panigale non erano degli stupidi. Non si facevano nessuna illusione. Importante era partecipare: questo solo obiettivo contava, nessuno si aspettava niente. Però i sogni, all’epoca, erano importanti tanto quanto i risultati. Mica per dire: Ducati era ancora un’azienda in orbita IRI, come l’Alfa Romeo. Quando lanciarono l’Alfasud sui mercati nordeuropei, con un trofeo monomarca dedicato, a Bologna s’inventarono un mini campionato correlato di speedway su ghiaccio con delle Pantah modificate: via le sospensioni e i freni, dentro le gomme chiodate. L’aneddoto serve a capire come Farné e soci affrontavano sfide ai limiti della fantasia. Sapevano di avere tra le mani una buona moto, superleggera, “nata bene” – secondo la definizione di Broccoli – , stabile, performante.

ACQUA BENEDETTA – Taglioni e compagnia non si facevano nessuna illusione che il Mugello, in quel giorno di fine ottobre, potesse essere poco più che una vetrina. Utile a mostrare tecnologia e coraggio italiani, ma poco di più. Eppure quel fine settimana successe di tutto. A voler stare a sentire la modestia di Broccoli, gli uomini di Borgo Panigale furono “fortunati”. Certamente, anche forse, ma le cronache dell’epoca riportano testualmente: «lo junior Broccoli, in sella alla Ducati quattro tempi, leggermente favorita dal fondo bagnato». Avvantaggiata, ma non tanto. Le qualifiche avevano visto quella moto preparata in fretta e furia, abborracciata, scattare dalla 22ª posizione. Su 24 partenti, al netto delle assenze di Lucchinelli e Uncini. La cronaca di gara è divertente, sembra che, nonostante la tecnologia di cui disponiamo attualmente, il tempo atmosferico – oggi come allora – si diverta ancora a rimescolare le carte; gli articoli dell’epoca riportano: «è caduta qualche goccia, la pista è bagnata, viscida, ma senza pozze. Il tempo è minaccioso, ma non si sa pioverà, davvero la condizione ideale per la scelta delle gomme (ironico ndA)….Becheroni, il migliore in prova, monta un pneumatico scolpito davanti e lo slick dietro». Neppure la direzione di gara, rea di aver dichiarato la gara “wet”, venne risparmiata dalle polemiche: l’obbligo di correre con le rain non venne completamente rispettato da tutti, compromettendo, secondo i giornalisti, le chance di quei piloti che avevano “obbedito” ciecamente al regolamento. Strana cosa il motociclismo da corsa: ieri come oggi i regolamenti vanno a “interpretazione”.

CHE GARA – La partenza vede l’ottima prestazione di Guido Paci, ma l’andatura resta comunque prudente. Piove, si asciuga, distruggeremo le gomme? Insomma, non si sa che fare. Al secondo giro il primo colpo di scena: Becheroni scivola alla Bucine, tradito forse dal posteriore. Riparte attardato, ma il campione europeo ha il cuore più grosso dei suoi mezzi, in questa strana domenica. Finirà fuori della zona punti, a due giri, regalando il titolo nazionale allo scioperante Lucchinelli. Chi non fatica, fa l’amore. Scivola anche Rolando alla San Donato, mentre Ferrari e Pelletier si fermano per noie meccaniche. Il colorito resoconto di gara riporta «al sesto giro Pellettier è costretto al ritiro per l’ennesimo grippaggio ed è preso da una crisi di sconforto». Già, lo sconforto: l’umor nero che colpiva chi era vittima di quei guasti che affliggevano moto troppo belle, ma spesso anche troppo fragili. Massimo Broccoli nel frattempo dà fondo a tutto quello che ha: capacità, caparbietà da campione consumato nonostante la scarsa esperienza, tenacia. Verso la fine della gara si ritira anche La Ferla che occupava una posizione di vertice – di nuovo, perché la sesta marcia non voleva saperne di entrare, causandogli un grippaggio – e la Ducati Pantah 500 entra in quelle pieghe della storia del motorsport che aspettano solo di essere riscoperte. La gara la vinse Migliorati, che la stampa – non senza una punta di malizia – definì «certamente non sfavorito dalla scelta dei pneumatici», alludendo al pateracchio combinato dalla direzione gara. La mezzo litro bolognese a quattro tempi, nata appena due giorni prima, finirà settima al traguardo. È stata l’ultima quattro tempi a gareggiare nell’italiano della 500. Massimo Broccoli ricorda quei giorni come una festa di uomini che erano stati capaci, in piccolo, di sognare alla grande.

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