Campioni perduti: Anthony Gobert, un uomo, una storia

Campioni perduti: Anthony Gobert, un uomo, una storia

Talento purissimo, uomo affascinato dall’autodistruzione. Vittorie, donne, droga. Lo hanno arrestato per furto alle vecchiette.

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Anthony Gobert, australiano, impegnato con la Kawasaki nel round Usa del Mondiale Superbike 1996

Surfer’s Paradise è una famosa località della Gold Coast situata nella regione australiana del Queensland. Belle donne, corpi abbronzati modellati dagli sport acquatici, un clima perfetto. Viverci è così piacevole che molti pensionati hanno deciso di risiedervi stabilmente.

CRIMINE – Le statistiche del crimine sono basse, non succede mai niente. Quando accade qualcosa, di solito fa notizia. I giornali locali hanno riportato una notizia: un anziano signore è stato derubato di 20 dollari australiani in un supermercato; nella stessa giornata una donna ha subito un tentativo di scippo ad opera del medesimo rapinatore. Cose che possono capitare in ogni città, sia chiaro, ma chi era il piccolo criminale che ha tentato di alleggerire due ignari cittadini ? Un tossicodipente con precedenti per detenzione e spaccio di sostanze stupefacenti: Anthony Gobert. La recente notizia che Larry Pegram ha deciso di impegnarsi in un nuovo business, quello della Marijuana legalizzata, sembrerà ai più un fatto curioso, ma la figura dell’ex pilota coltivatore diretto arriva con anni di ritardo rispetto a quella dell’ex-pilota consumatore diretto.

cover gobert giornaleGOBERT – “Go show”, come amava farsi chiamare, aveva un talento immenso: quel tipo di dono che la natura concede a pochi fortunati, ma che è finito inutilmente sprecato. Ernesto Marinelli, congedandosi dalla Ducati al termine di questa stagione del mondiale Superbike, a margine di una riflessione sui campioni coi quali ha lavorato, si è lasciato andare: «Anthony Gobert aveva un talento fuori dal comune.» Classe 1975, australiano di Greenacre, un quartiere di Sidney, Gobert ha attraversato come una meteora la scena racing degli anni ’90. Una carriera che si può riassumere in cinque anni ad alto livello, poi solo apparizioni, alcune delle quali pregevoli. Una vita costellata di cadute, risalite, fino alla definitiva resa totale: come uomo, come sportivo, come tutto.

CARRIERA -Anthony appartiene a quel genere di piloti fatti di classe pura.Si fece notare diciannovenne, dopo due gare da wild card, una in Giappone, a Sugo, l’altra nella “sua” Phillip Island. La gara di casa fu spettacolare: terzo nella prima manche, vincitore nella seconda. Come dire: «mi chiamo Anthony signori e vengo da lontano. Faccio sul serio.» Era il 1994. Però il biennio migliore per l’australiano è quello successivo, legato alla Kawasaki e a Rob Muzzy, uno che di fuoriclasse ne ha scoperti e gestiti tanti. Il team manager americano cercava un sostituto per l’amato/odiato Scott Russell. Pensava di averlo trovato nel talentuoso ragazzone: «Eddie Lawson e Doug Chandler sono stati eccezionali nell’aiutarci a settare la moto, capivano al volo se le modifiche che apportavamo funzionavano oppure no. Gobert, perlomeno quando era con noi, aveva un talento incredibile, un’enorme energia, ma quasi nessuna esperienza sul comportamento dinamico della moto. Si limitava a pensare: “io aggiro il problema”. Forse è per questo che ha imparato a pilotare al massimo livello, perché ha provato a guidare sopra ad ogni problema invece di provare a sistemarlo. Un altro approccio mentale, all’estremo opposto del perfezionismo. Gobert era capace di cose che non ho mai visto fare a nessun altro, su una moto.»

Anthony Gobert ha vinto anche con la Bimota, nel 2000
Anthony Gobert ha vinto anche con la Bimota, nel 2000

DIVORZIO – L’amore tra il baffuto americano e il ragazzo australiano però non sbocciò mai. Anche Muzzy alla fine perse la pazienza: «era difficile lavorare con lui, perché non apprezzava lo sforzo che la squadra faceva: su questo era molto esplicito. È sempre difficile lavorare con un ragazzo che ti dice che sei uno stupido stronzo.» Il confronto con Russell, altro talento difficile, era impietoso. Go Show era un cavallo pazzo, di una stranezza mai vista nell’ambiente. I capelli colorati, il peso forma che non era certo quello di un atleta, uno stile di vita assolutamente sopra le righe. Gli aneddoti si sprecano. Le sbornie del ragazzo di Sidney erano memorabili perlomeno tanto quanto le sue gare. Narra la leggenda che prima di ufficializzare il contratto col Team Factory Suzuki per correre in 500 nel motomondiale, un’ignota vocina abbia dichiarato: «se Russell è stato un tipo difficile, non è niente in confronto a Gobert.» Gli sviluppi successivi confermeranno questa previsione.

500 GP – Dopo la prima presa di contatto con la RGV Gamma, evoluzione della moto sviluppata da Kevin Schwantz, gli ingegneri giapponesi erano schierati in batteria pronti ad ascoltare le impressioni di guida di Gobert: lui non se ne curò affatto, lamentandosi piuttosto che nel box non ci fossero una gabbia con una ragazza in costume che ballava e della birra ghiacciata nel frigo. Dopo aver avanzato queste richieste, senza fare nessun commento sulla moto, se ne andò, lasciando basiti i tecnici. L’iperprofessionale mondo del motomondiale non faceva per lui. Garry Taylor, il manager del team Suzuki, provò in tutti i modi a riportare alla ragione il ragazzo. Niente da fare. Disperati, tentarono addirittura una carta “esoterica”: accompagnarono Gobert dal famoso sedicente paranormalista Uri Geller. Quello che piegava le forchette col pensiero, tanto per capirci.

Anthony Gobert adesso ha 42 anni
Anthony Gobert nel 1996

MAGO – Il sensitivo voleva convincere Anthony di quello che si può ottenere con la sola forza di volontà. Dopo aver piegato un cucchiaio a quattro metri di distanza, si chiuse in una stanza con Gobert, per parlargli a quattr’occhi. Mentre gli altri accompagnatori rimasero impressionati dalla personalità di Geller, Anthony commentò: «che razza di coglione.» Il tentativo con l’occulto segnò il colmo della misura. Con una manovra senza precedenti, Taylor obbligò Go Show a fare un test antidoping. La squadra che obbliga il proprio pilota a sottoporsi ad un test antidroga era davvero il massimo. Dei minimi. Le bizze, le sbronze, le donne, la droga. Troppo. I giapponesi, che odiano l’imbarazzo, accettarono persino il ridicolo, pur di liberarsi dell’ingombrante pilota.

DISCESA – Dopo la 500, la china per Gobert divenne tutta in salita. Nel motomondiale si ripresentò solo da comparsa, portando a punti la MuZ Weber e la Modenas KR3. Si riciclò piuttosto nel campionato americano Superbike: stagioni esaltanti, ma il carattere dell’uomo era impossibile. Gli aneddoti si sprecano. Ben Bostrom: «Ho perso di vista Anthony dopo la prima bottiglia, mi dicono che lui è arrivato alla seconda.». Gobert in America diventa sempre più ingovernabile, strafottente, sfacciato. Mentre i suoi colleghi si allenano, lui prende l’abitudine di sparire a intervalli regolari: circola voce che vada spesso nelle Filippine, a strafarsi. Ritorna bolso, gonfio, appesantito. A chi lo critica perché non fa vita d’atleta, mostrandosi visibilmente fuori forma, dice: «voglio vedere quanto posso ingrassare continuando a vincere.» In America vince, ma inizia a non convincere più. Di nuovo gli esami tossicologici, di nuovo i tentativi di eluderli nascondendo sacche di urina “pulita” nel bagaglio.

IMPRESA – L’uomo è fatto così. La favola di Gobert ha pure un canto del cigno, a Phillip Island nel 2000, in quella che può essere considerata la sua vittoria più bella. Go Show è sulla Bimota motorizzata col bicilindrico Suzuki, preparata da Farné e gestita in pista da Virginio Ferrari; è un pilota segnato dai propri sbagli, dalla fragilità di un’ostinata ricerca dell’autodistruzione. In quella corsa guida magnificamente, sul bagnato australiano sembrava letteralmente “volare”, merito del suo talento purissimo ma anche di una voglia di riscatto contro ogni cosa.  È stata l’ultima volta. Bimota si ritira a metà stagione, lui s’inabissa per sempre. Finisce a derubare gli anziani, dopo una vita di sponda fatta di grande dissipazione e di lavoretti precari.

EPILOGO – Il Go Show diventa il Go way di chi vuole scappare da tutto e da tutti. Stuart Shenton, storico Crew Chief del Team Suzuki, lo ricorda così: «se ragioniamo in termini di fantastico talento naturale, a costo di apparire controverso posso affermare che il campione che ne aveva di più era Gobert, ma era una completa perdita di tempo perché non riusciva a rendersi conto di quanto ne avesse e non era in grado di applicarlo.Uno con la sua capacità, avrebbe potuto diventare campione del mondo, ma sapevamo altrettanto bene che non sarebbe mai successo. Con lui abbiamo visto le più incredibili temperature dei freni. Se fosse stato capace di dedicarsi con costanza alle corse, impegnandosi tutte le settimane, restando in forma e in salute, con la giusta concentrazione, sarebbe sicuramente diventato qualcuno.» Quando lo hanno arrestato, al giudice che gli chiedeva che mestiere facesse, dichiarò con un lampo d’orgoglio: «sono un pilota professionista.»

3 commenti

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  1. marcogurrier_911 - 6 giorni fa

    Campione perduto, Marinaio perduto come il limpidissimo romanzo dell indimenticato, come lui, JeanClaudeIzzo.
    Bye Bye Anthony…
    I tuoi monoruota sul rettilineo di PhilipIsland non mi hanno fatto dormire la notte…

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    1. Peeflow - 5 giorni fa

      Grande Izzo: “mourir pour mourir, autant mourir au soleil” (morire per morire, tanto vale farlo al caldo)

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      1. marcogurrier_911 - 5 giorni fa

        Peeflow un vero piacere leggere su corsedimoto di manetta, turismo e alta letteratura.

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