WDW: la passione Ducati in pista, come romba il pianeta rosso

Tantissima gente alla kermesse della marca bolognese: il nostro viaggio nel pianeta rosso

Cosa sia il WDW lo puoi capire solo da dentro. La festa, d’accordo. La parata, ok. Non si tratta solo di questo naturalmente, ma è tutto il resto a impressionare. Un mare di gente, letteralmente, che affolla ogni stand, ogni spazio, che entra dappertutto. Il mondo Ducati non ti è mai sembrato così vicino, così accessibile.

KERMESSE – Tanto che l’atmosfera sembra quella di un’enorme sagra paesana, solo meglio organizzata. In realtà alla fine è difficile avvicinare chi conta davvero, ma questo vale un po’ per tutti. I giornalisti sembrano maratoneti, che si dividono tra sala stampa, terrazza e ingresso box per vedere di placcare qualcuno: sfiorano tutti, ma alla fine sono un’ordalia alla ricerca di una dichiarazione, di una domanda ad effetto, di una curiosità. Le TV, in questo senso, sono privilegiate: possono accedere, entrare, vedere, ma non ottengono molto di più. Allora ti fai sommergere da tantissimo colore, non solo il rosso, ma anche il grigio dei martelloni in gommapiuma brandeggiati dai tifosi di Lorenzo, il tricolore che campeggia sulle moto e sui cappellini, fino alle flip-flop hawaiane che ciabattano nel paddock. In una giornata che ribolle di caldo, di passione, di rumore.

ROMBO – Ce n’è tantissimo, com’è giusto che sia, con gli scarichi in carbonio che si sostituiscono alla voce umana e il benzene che impregna l’aria. I mega truck dei team ufficiali sono schierati come gate guardians della pista; i semirimorchi guardano bellicosi verso i box. Esserci o non esserci, non si pone proprio il problema: qui ci devi stare, altroché. A parte tutto, aldilà di tutto. Vanno bene gli eventi accessori, la grande festa, i concertoni e le iniziative a beneficio di un pubblico che non sembra mai sazio di novità Ducati, ma alla fine è in pista che devi stare; la temperatura dell’aria sfiora i 39° percepiti e quella dell’asfalto neppure te lo domandi per non svenire, l’umidità è soffocante; a un certo punto il cielo minaccia pioggia con nuvole incarognite, ma tu speri che niente rovini la festa.

STELLE – La “Race of Champions”, con la sua griglia che sembra un parterre di stelle del motorsport, non è semplice esibizione di forza muscolare: l’organizzazione fa di tutto perché venga considerata una gara vera, con piloti che non ci stanno affatto a fare passerella. Uno su tutti? Il “grande vecchio” Troy Bayliss, che ha uno sguardo tignoso e incazzato. Scendere in pista per perdere? No, grazie. Neppure se di fianco hai Michele Pirro, o Ruben Rinaldi. Come dire, le giovani generazioni si guadagnino i galloni sul campo, ovvero in circuito. La tentazione di parlare per luoghi comuni diventa abbastanza facile, ma è del tutto inutile: tirare fuori le storie sul “cavallo bianco” di Dovizioso, oppure il desafinado Jorge Lorenzo, ormai fuori sintonia.

RELAX – Se mai c’è stato un c’eravamo tanto amati, qui proprio non si percepisce. Anzi, a dirla tutta non si è mai visto, durante la stagione della MotoGP, un #99 così rilassato: merito di qualche giorno di vacanze in riva all’Adriatico, forse, ma anche di un ambiente inclusivo che avvicina, senza allontanare nessuno. Qui si è tutti in famiglia, pazienza se fosse anche solo per due giorni. A vincere la “corsa dei campioni” – a proposito, ma in tanta allegria pure un po’ di fantasia non ci sarebbe stata male – è stato alla fine il più ducatista di tutti: Michele Pirro, per un risultato che mette d’accordo chiunque. Volemose bene, che dopo il terribile volo del Mugello, il collaudatore omnibus della Casa di Borgo Panigale è riemerso vincitore.

Race of Champions, vince Michele Pirro

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