Superbike: La Rea(azione), il ritratto del Campionissimo

Tre Mondiali, 53 vittorie, 16 solo in questa stagione, primato assoluto di punteggio iridato. Jonathan Rea è anche Baronetto. Pilota e personaggio gigantesco.

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Johnny Rea sembra un personaggio di Brecht, solo al contrario: beato l’eroe che non ha bisogno di un Popolo. Perché, diciamocelo, è proprio così che appare. Il neo campione del mondo della Superbike si è talmente tanto cucito addosso il ruolo di campione “normale”, che nessuno se lo fila.

EROI – Nomini Troy Bayliss e viene giù lo stadio, parli di Rea e alzano un sopracciglio. Nella storia del Mondiale  c’è entrato alla grande, a suon di vittorie, mica a pizza e fichi. Una carriera costruita partendo dalla SuperSport, in paziente attesa che mamma Honda si ricordasse di lui, senza che peraltro ciò avvenisse. Non ha sfigurato neppure nelle comparsate occasionali in MotoGP. Quando si è stancato di aspettare ha accettato di entrare alla corte di Kawasaki, quasi in punta di piedi, seconda guida, e ha ucciso – sportivamente s’intende – il team mate, che ancora rosica. Nonostante tutto questo il neo campione del mondo fatica a scaldare i cuori. Conosciamo l’obiezione: i puristi della Superbike il #1 lo conoscono eccome, però al grande pubblico questo nordirlandese timido è quasi sconosciuto, passa inosservato.

NAFTALINA – Negli anni di grazia di Rea, Mediaset per risollevare un’audience da stato comatoso ha riesumato dalla naftalina Melandri. Difficile fare più di quanto ha combinato Johnny nel 2017: ha anche superato il record di punteggio Mondiale che appartneva a Colin Edwards 2002.  Il più classico dei cappotti. La Storia però ha uno strano modo di punire chi la scrive. Tutti a dire che è la Kawasaki a vincere, mezzo superiore. Però la classifica del mondiale Superbike dice: primo Rea, secondo Davies (a una vita). Tom Sykes, sull’altra verdona ufficiale, ha concluso l’avventura con una sconsolante scivolata. Terzo.  Tradotto, significa che il Mondiale piloti non lo ha vinto la moto. Persino lo squadrone Ducati, nella notte qatarina,  rende l’onore delle armi:«Impossibile fare di più.»

RE(A) DEL MONDO – Neppure col nome va tanto meglio: l’unico Re rimane Carl “King” Fogarty. Incomprensibile: quantomeno per gli appassionati italiani, il titolo di Rea del Mondo funzionerebbe assai. Qui sta il punto: Jonathan è un ragazzo educato che ama le moto in silenzio. Un silenzio che sa di algido distacco, piuttosto che di passione pura. Nulla a che vedere con i campioni inglesi del recente passato, rockstars mancate oppure iconici piloti “duri e puri”. L’understatement, si sa, non paga. Tanto è vero che per il 2018 si è preferito azzoppare il campione inventandosi un regolamentellum, piuttosto che reinventare la formula Superbike. Come dire: meglio abbassare il canestro, in modo che segnino anche i nani, piuttosto che continuare a veder schiacciare il gigante.

MOTOGP?  – Persino lo switch Iannone-Rea in MotoGP, che David Emmet di motomatters.com ha ipotizzato potesse avvenire con il benestare ecumenico di DORNA, non ha scatenato i fan come ci si immaginava. Boutade estiva? Può darsi, ma la signorile smentita del #1 della Superbike ha confermato l’immagine del campione uomo-da-giusta-misura. Volevate una minestra piccante? Eccovi servita la camomilla. Queste cose, in un mondo come quello della Superbike, che ha bisogno di personalità che si misurino in chili e non in grammi, smitizzano il campione che non si fa idolo. Tanto per dirne una: tutti sanno che Barry Sheene venne insignito del titolo di Member of British Empire. I giornalisti sportivi dell’epoca cominciarono persino a chiamare l’iconico #7 inglese “il baronetto”. Appena ricevuto dalle mani della Regina il prezioso omaggio, il simpatico guascone storpiò subito la sigla MBE in Motor Bike Enthusiast. Boato.

NOBILTA’ – Nessuno, o quasi, sa che a Jonathan Rea è stata assegnata la stessa classe di merito il 16 giugno scorso. Semplicemente, lui non ci ha scherzato sopra. Eppure un titolo per meriti motociclistici, assegnato dalla Corona Britannica a un nordirlandese, è un evento che dovrebbe fare rumore. La verità è che il popolo ha preferito un baronetto a un Re(a). Lunga vita agonistica al Rea Giovanni Senzaterra.

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