Superbike: Ecco perchè il Mondiale è in un vicolo cieco

Fra conflitto di interessi e scelte scellerate, il campionato più amato ha perso contatto con lo zoccolo duro

Non è solo questione di regolamento tecnico, di format delle gare o di esposizione tv. La crisi della Superbike è un amore svanito. Il popolo degli appassionati, lo zoccolo duro, non si riconosce più. Ancora non è un distacco, perchè la gente continua a seguire, leggere, commentare. Ma non più per convidere un’esperenza esaltante, forse è solo per vedere che fine farà, e quando la farà. Perchè si è arrivati a questo punto?

PECCATO ORIGINALE –  Il nodo di tutta la questione è questo: com’è possibile che la Federazione Motociclistica Internazionale abbia concesso i diritti del Mondiale Superbike alla stessa società che promuove la MotoGP? E’ come se la FIA (l’omologo della FIM nelle auto) avesse dato la gestione della FormulaE a Liberty Media. E’ scontato che il padrone della F1 non avrebbe alcun interesse a far decollare una serie alternativa, e a permettete investimenti dei players dell’auto nelle corse elettriche. La FormulaE sta crescendo in aperta concorrenza con la F1, esattamente come la Superbike lo è stata per 25 anni con il motomondiale. Aver dato i diritti a Dorna è stato un suicidio. Vito Ippolito, il presidente uscente, invece sostiene senza vergogna che un unico gestore favorisca lo sviluppo motociclismo. In realtà la FIM è la prima che ci rimette, perchè i diritti del WSBK oggi valgono presumibilmente assai meno di cinque anni fa.

DORNA – Da quando ha preso in mano la Superbike, nell’ottobre 2012, il promoter spagnolo ha sbagliato praticamente tutto. Dorna nasce come produttore di eventi sportivi e gestendo il Motomondiale dal 1992 ha affinato questo modello. Gli spagnoli sono bravissimi a produrre le immagini, vendere i diritti TV e a sfruttare commercialmente il loro asset da corsa. La Superbike è molto diversa dai GP: non è uno sport globale, ma di nicchia. I diritti TV valgono poco, gli sponsor si contano sulla dita di una mano Non da adesso, è sempre stato così. La WSBK non cresce senza promozione, attività in cui Maurizio Flammini era maestro, e che agli spagnoli non riesce, per il semplice motivo che non l’hanno mai fatta. I GP, per svariati motivi, non ne hanno bisogno.

CONOSCENZA – Dorna ha preso in mano un campionato che ha sempre considerato un “concorrente” o un “nemico”, senza essere mai riuscita a conoscerlo in profondità. A cinque anni dal loro ingresso, la situazione è identica al primo giorno: gli spagnoli non hanno idea di cosa sia la Superbike. Hanno cambiato il format per andare incontro ai desideri delle TV, mettendosi contro gran parte del famoso “zoccolo duro” ovvero quel milione di persone che in Italia sostiene la serie  andando alle gare, guardando la TV, comprando moto e accessori. Insomma, il mercato. Hanno modificato il regolamento nel vano tentativo di rendere  le gare più combattute, ma stanno allontanando i Costruttori, che non  si fidano più ad investire in una serie dove le regole possono cambiare ogni tre round in base ad un algoritmo che dovrebbe assicurare parità tecnica, ma nessuno ha mai capito come funzioni.

CARISMA – Dorna non ha capito che la Superbike non è mai stato un semplice evento sportivo. Era un modo di vivere, una filosofia da corsa, e anche di vita. Gli appassionati si identificavano, l’importante non era chi correva, o chi vincesse,  ma esserci. Vivere da dentro, tornare a casa e poter dire “io c’ero”.  Questo funzionava. A Monza si contarono 85 mila spettatori anche nel 2003, quando tutti i Costruttori eccetto Ducati si erano ritirati all’improvviso portandosi in MotoGP le icòne di allora, Troy Bayliss e Colin Edwards. In pista non c’erano più idoli, ma non importava, perchè il vero protagonista era il campionato stesso. Un pezzo grosso di Dorna ha detto ad una TV che “Jonathan Rea è veloce, ma non è carismatico”. Sbagliato, Rea è un fuoriclasse assoluto. A non essere più carismatica è la Superbike, purtroppo.

EPILOGO – Il successo non è solo un problema di regole, di format, di sponsor o esposizione tv.  Per rilanciare la Superbike servirebbero conoscenza e cultura, cioè un management che sapesse quali sono stati, storicamente, i punti di forza, e avesse competenze tali da adattarli ai giorni nostri. Il rilancio non basta solo volerlo, bisognerebbe anche saperlo fare.

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