Stefano Bonetti: “Il Tourist Trophy? È una passeggiata”

L’italiano più veloce di sempre all’Isola di Man sul caso licenze: “Non c’entra il pericolo, è l’assicurazione FMI che non copre”.

Caos licenze per le road races. Ne abbiamo parlato assieme al migliore specialista italiano della categoria, Stefano Bonetti. Il pilota di Lovere ci ha manifestato le proprie perplessità sulla decisione della federazione di cancellare le licenze italiane per correre sui tracciati stradali. La presunta pericolosità delle corse su strada rappresenta un falso problema.

Allora, Stefano, con quale licenza ti vedremo al via del TT nel 2018 ?

«(Ride) L’unica cosa certa, al momento, è che mi vedrete. Con quale licenza ancora non so. Resto comunque fiducioso che si possa risolvere questa faccenda con la nostra federmoto, ma in ogni caso mi sto muovendo per valutare alternative. Diciamo che ci sono nazioni dove non esistono così tanti problemi per correre nelle road races. Stiamo contattando diverse federazioni, per esempio Slovenia e San Marino, dove pare non ci sarebbero difficoltà.»

Dove nascono secondo te i problemi ?

«Facciamo un po’ di chiarezza; come avete scritto voi non si tratta di una questione legata intrinsecamente alla pericolosità di questo genere di corse, quanto piuttosto al tipo di copertura assicurativa. In pratica l’accordo federazione italiana-compagnia assicurativa non coprirebbe la partecipazione a gare quali il TT e simili. Aggiungi a questo il fatto che siamo cinque-sei piloti in Italia a gareggiare stabilmente in questo genere di competizioni e capisci che non c’è neppure troppa volontà di risolvere la questione in senso positivo. Per la federazione italiana se così pochi piloti non possono correre, pazienza, non sposta nulla.»

Sembri dispiaciuto

«Certo che lo sono. Ti racconto un aneddoto: qualche giorno fa parlavo con Paton per rinnovare la partecipazione al Lightweight TT. Loro volevano capire se la faccenda licenze potesse risolversi velocemente, perché ci tenevano ad avere un binomio moto italiana-pilota italiano. Poter garantire quest’accoppiata significa davvero molto per loro. Non sarebbe la stessa cosa correre con un italiano che ha la licenza di un’altra nazione. Il vero problema è l’irrilevanza economica di certe competizioni. Non girano grandi sponsorizzazioni, di conseguenza neppure grandi interessi. Comunque non tali perché si prenda in seria considerazione la cosa.»

Pensi che la pericolosità delle Road Races possa avere influito nella decisione di sospendere le licenze da parte della federazione ?

«Onestamente non credo. Dopo la scomparsa di Dario Cecconi alla Tandragee 100 mi sono detto: “questa tragedia diventerà un problema”. Solo che per mesi non è successo niente. Adesso è saltato fuori questo “ban”, che non si spiega se non alla luce di altri problemi, diciamo così, burocratici. Certo che le road races sono pericolose, questo bisogna tenerlo presente, ma non più di altri sport che si corrono su strada, come il ciclismo. Diverso è il caso delle assicurazioni: perché si assicurano per milioni i calciatori? Perché, per dirne un’altra, al TT se non sei coperto da un certo massimale (peraltro basso) non puoi partecipare? In Francia, tanto per citare un caso, c’è un pilota molto avanti con l’età che ancora gareggia con un permesso della locale federazione e adeguata copertura assicurativa. Come puoi capire le soluzioni ci sono, se si vogliono trovare.»

Anche quest’anno le corse su strada sono state duramente attaccate.

«Guarda, per come la vedo io le road races rappresentano un collegamento perfetto tra appassionati e piloti. Il legame è strettissimo. Quando gareggi al TT vedi una folla di persone che fa invidia alle ben più celebrate tappe del motomondiale. Poi sono d’accordo che occorra fare una distinzione molto precisa: il TT al confronto di Macau è una passeggiata. Macau non è un circuito, ma un enorme tunnel. Muri a destra e sinistra, solo ed esclusivamente muri. Hai la sensazione di essere sempre in una galleria. Questo ti obbliga anche a una preparazione per la gara tutta particolare, ma che resta in ogni caso pericolosissima. Il Tourist Trophy, in questo senso, è un’altra storia. Avevo avvisato Alessandro Polita della problematica di correre a Macau e lui, dopo aver visto il tracciato, è stato d’accordo con me. Però demonizzare le road races per prevenzione è sbagliato: l’affetto dei fan è impagabile, segno che sono gare emozionanti. Se così non fosse a vedere queste competizioni non verrebbe nessuno.»

Auspichi un ritorno al motociclismo sportivo alla vecchia maniera, quindi ?

«Sono sicuro che fino a qualche anno fa, quando anche da noi c’era maggiore sensibilità per le gare in salita, nessuno si sarebbe posto il problema di concedere licenze ai piloti che vogliono correre sui circuiti stradali. Ora sì. C’è una corrente di pensiero che si va sempre più affermando, che considera validi solo i piloti che vengono dal classico percorso formativo minimoto-moto3-etc. Invece andrebbe considerato che ci sono anche altre porte di accesso al motorsport, decisamente più accessibili. Di sicuro nell’ambiente delle road races non vedi tanti ragazzini con le Ferrari nel paddock.»

Quando sapremo con chi, e soprattutto per quale nazione, correrai ?

«Conto di sciogliere la riserva entro un mese.A costo di chiedere la licenza del Burundi.»

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