Bimota: la caduta degli dei

La gloriosa marca riminese ha chiuso (definitivamente?) i battenti. Ma il Mito sopravvive, più forte che mai. Ecco come e perchè

Il telefono, a Rimini, squilla a vuoto. Nessuno risponde. La storica sede di via Giaccaglia, oggetto di una controversia legale, è invase dalle erbacce. Nella zona artigianale che ospitava gli stabilimenti non c’è nessuna traccia del logo con la “B” tricolore.

AGONIA – Qualche centinaio di metri più avanti un pannello indica la nuova destinazione della produzione, in coabitazione con un magazzino che sa di cineseria e un’officina per biciclette. La lunga agonia è arrivata alla fine, tra tentativi di rilancio, speranze mancate, sogni di gloria e improvvisazioni industriali. Si ha la sensazione che venire definiti “la Ferrari delle due ruote”, porti sfortuna. Il contrasto tra l’amore per il marchio che si respira in tutto il mondo – dal Giappone, agli Stati Uniti – e la triste parabola di quella che è stata la creatura di Bianchi, Morri e Tamburini è stridente. Per capire davvero cosa sia stata Bimota e cosa rappresenti ancora adesso non serve partire da Rimini. Qui c’è solo il cimitero degli elefanti, con il logo che ricorda più un de prufundis che un’immagine racing.

EREDITA’ – Se volete sapere e ancora sognare, dovete andare a Città della Pieve, vicino a Perugia. Qui ha sede Bimota Classic Parts, una società fondata dall’imprenditore Paolo Girotti. Qui il telefono suona continuamente, ma a differenza della fu Bimota, vi rispondono. Abbiamo parlato con il gentile Fosco Taccini, che ci ha raccontato di come Girotti abbia saputo mantenere viva la memoria. Di più: infondere negli appassionati la consapevolezza che niente è perso per sempre. A Perugia hanno l’originale di ogni componente dei modelli Bimota prodotti dal 1971 al 2007. Se di un pezzo rimane una sola referenza, diventerà materiale d’archivio. Partendo da quest’ultimo “campione” verranno eseguite delle copie conformi sia per dimensioni che per materiali. Fedeli alla linea, uguali alla linea dell’originale. Di più: se i ricambi non sono disponibili in originale vengono ricostruiti utilizzando per quanto possibile gli stessi materiali e le stesse tecniche di realizzazione dell’epoca.

BLASONE – Una ricerca industriale che testimonia la passione per la competenza, di quello che fu il passato glorioso. L’ultimo pezzo non verrà venduto, in una sorta di archivio della memoria storica meccanica. La fedeltà al blasone della Casa riminese che si respira da queste parti è palpabile. «Abbiamo clienti da tutto il mondo» ci racconta Taccini « perché Paolo Girotti è riuscito a far diventare Bimota Classic Parts il riferimento di tutti i bimotisti.» Rappresentano la parte bella della storia: organizzano incontri, raduni, sono presenti alle principali manifestazioni europee. Inutile chiedergli se sono amareggiati per le ultime vicende giudiziarie che hanno definitivamente mandato ko la Casa madre di Rimini. È scontato.

ATTRAZIONE – Molto più interessante è capire come mai, ancora oggi, tanti appassionati si riconoscano nella Bimota. «Perché ogni Bimota è speciale» dicono dalle parti di Perugia «ogni singolo componente è un’opera d’arte. I pezzi ricavati dal pieno, la cura dei materiali, l’abilità artigianale – quasi “sartoriale” con cui queste motociclette venivano realizzate – già da soli fanno innamorare. Se aggiungi che erano mezzi dal design unico, inconfondibile, puoi capire subito cosa significa.» Infatti lo abbiamo capito. Contro il tempo che passa, contro ogni logica, le BB3 ancora si vedono al TT o a Macau. Basta dare un’occhiata ai forum inglesi o agli articoli che hanno dedicato a Bimota le riviste statunitensi per rendersene conto. Il fatto è che ai tempi d’oro Bimota impiegava a tempo pieno 60 dipendenti, per una produzione di eccellenza che faceva di pochi modelli un sogno a due ruote.

NANI E BALLERINE – Tutto il contrario dell’ultimo catalogo, ambizioso, composito, articolato. Troppo per chi è in affanno. A Eicma 2015, l’ultimo salone degli annunci, addirittura una ballerina classica che danzava nello stand tra scarichi e turbocompressori. Il cinema sopra la sostanza. Questo è il problema. Non la 500 V2 due tempi, che mandò zampe all’aria l’azienda e neppure le velleità sportive di confrontarsi in campionati troppo esigenti, per ditte così piccole. La sensazione è che Bimota sia morta di troppi annunci: dichiarazioni di rilancio che poi nei fatti diventano rese incondizionate, il “vorrei ma non posso” sempre esibito. Goffi tentativi spacciati per iniziative risolutive, come il tentativo di richiamare l’ingegnere Marconi alla direzione tecnica, salvo poi vederlo sparire – giustamente – pochi mesi dopo: senza soldi non vai da nessuna parte.

AVVENTURIERI – In un’intervista al settimanale tedesco Motorrad dell’agosto scorso, alla precisa domanda «volete mantenere Bimota?», l’imprenditore immobiliare italo-svizzero Marco Chiancianesi proprietario dell’azienda ha risposto: «Sì, non voglio vendere. Magari arriva un investitore adatto, ma in ogni caso immagino una collaborazione con me. Ci sono state di recente varie parti interessate, perché il nome Bimota ha un forte carisma. Ma questi erano avventurieri, un genere di persone di cui non ho bisogno. Come avventuriero basto io- ma perlomeno mi riconosco una vera e propria passione per le moto». Come è andata a finire la storia lo sappiamo: da settembre il telefono della Bimota risulta muto. Il presente e il futuro lo continuano a scrivere Bimota Classic Parts e il popolo competente dei bimotisti in tutto il mondo.

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